Tra le vigne di Menfi nasce il Premio Letterario Mandrarossa, un’iniziativa che intreccia vino, cultura, etica e identità territoriale. Giuseppe Bursi racconta una visione ambiziosa e coraggiosa: trasformare un’idea dal basso in un progetto etico, inclusivo e di respiro nazionale, dove la cultura diventa strumento di sviluppo, conoscenza e sinergie positive.

Tra le colline assolate di Menfi, dove la vite affonda le radici in un terreno generoso, è nata un’idea che ha il sapore delle buone intuizioni: spontanea, semplice, ma capace di far germogliare qualcosa di duraturo. È il “Premio Letterario Mandrarossa”, ideato quasi per caso, davanti a un calice di vino, ma cresciuto con metodo, passione e un’ambizione che guarda lontano.

In questa lunga e intensa intervista, Giuseppe Bursi, presidente di Cantine Settesoli, racconta con trasparenza la genesi del premio, la sua visione culturale ed etica, le difficoltà affrontate – soprattutto nel mondo agricolo, dove la cultura è spesso vista come un orpello – e le speranze per il futuro.

Attraverso un racconto che intreccia il lavoro di una cooperativa con oltre 2.000 soci, la valorizzazione delle librerie indipendenti, la selezione partecipata dei libri, e l’abbinamento simbolico tra vini e generi narrativi, emerge un progetto culturale che è anche un manifesto politico (nel senso più alto): credere che leggere, riflettere, rallentare – magari con un bicchiere di vino in mano – possa ancora fare la differenza.

Mandrarossa non si accontenta di produrre buoni vini: vuole raccontare storie, accendere pensieri, costruire una visione di sviluppo fondata su qualità, identità e cultura condivisa. Un premio che nasce dal basso ma guarda in alto, con la resilienza della palma nana, simbolo del marchio e metafora perfetta di una Sicilia che non si arrende.

Come nasce l’idea del “Premio Letterario Mandrarossa”? È stata una scintilla improvvisa o il frutto di un percorso maturato nel tempo tra vino, territorio e cultura?

La genesi del premio è stata assolutamente casuale. Avevamo ospite, come spesso accade nella nostra winery, una ristoratrice nostra cliente, venuta a visitarci per conoscere meglio i nostri vini e la cantina. Era accompagnata da una coppia di amici, e ci siamo messi a chiacchierare del più e del meno: etichette, vini, impressioni. La conversazione però ha preso una piega interessante grazie a una delle ospiti, la dottoressa Origoni.

Parlando con lei, esprimevo il mio pensiero: abbiamo ottimi vini, ben legati al territorio, ma il brand Mandrarossa è ancora poco conosciuto. Lei mi ha ascoltato e mi ha detto: “Ci penso, domani le dico cosa mi è venuto in mente”. Il giorno dopo, mi ha proposto di legare Mandrarossa alla cultura. “Ha qualche riserva su questo?” mi ha chiesto. Le ho risposto di no: come Cantine Settesoli abbiamo già sostenuto un crowdfunding per Selinunte, quindi il connubio tra vino, territorio e cultura ci appartiene.

Da lì ha lanciato l’idea: perché non un premio letterario? Inizialmente ero scettico: ce ne sono già tanti, a cosa servirebbe? Ma lei ha suggerito di costruire qualcosa di diverso, legato al territorio, alle etichette. Il ragionamento mi ha intrigato. Abbiamo poi considerato che Agrigento sarebbe stata Capitale Italiana della Cultura e ci siamo detti: perché non far nascere un progetto culturale che porti visibilità anche al nostro marchio visto che Menfi si trova in provincia di Agrigento?

Da lì l’idea ha preso corpo: legare il premio alle Città italiane della Cultura e alle nostre etichette. Ogni sezione del premio è stata abbinata a un vino: ad esempio, “Cavadiserpe” alla giallistica, “Bertolino Soprano” al romanzo favolistico, “Calamossa” all’opera prima, Urra di mare all’ambiente e Paesologia, Cartagho al Romanzo storico. Un modo originale per raccontare sia il vino sia i libri. La mia unica condizione è stata avere una giuria di garanzia, indipendente, libera da pressioni editoriali o altri interessi.

Il progetto è nato davanti ad un calice di vino, in modo semplice, ma ha preso forma con entusiasmo, anche grazie a figure autorevoli come Aldo Cazzullo, Franco Cardini, Neria De Giovanni, Nadia Terranova, Eleonora Lombardo, Carlo Alberto Moretti ed Cristian Rocca, componenti della giuria. È stata una scommessa, certo, ma anche un segnale forte: vogliamo fare le cose seriamente, con un’impronta etica e culturale.

La palma nana è l’emblema di Mandrarossa, un riferimento alla capacità di mantenere la tenacia anche in contesti complessi. Come si riflette questo simbolismo nella scelta dei libri e delle tematiche premiate?

La palma nana è il logo di Mandrarossa. Quella che sembra una stella, in realtà è una palma nana, simbolo scelto perché rappresenta resistenza e identità. È una pianta endemica del nostro territorio, cresce spontanea, senza bisogno di essere coltivata, e incarna perfettamente la resilienza della nostra cooperativa, che da 65 anni resiste alle intemperie, letteralmente e metaforicamente.

Nel nostro contesto, la palma nana rappresenta la natura, il carattere degli agricoltori, la capacità di adattarsi a condizioni difficili come la siccità crescente. È un simbolo forte, autentico, radicato nel paesaggio siciliano. Per questo lo abbiamo ripreso anche per il logo del premio letterario, modificandone solo i colori per renderlo più impattante graficamente.

Lei ha dichiarato che “cultura è sinonimo di sviluppo e identità”. In un territorio come Menfi, qual è il ruolo della cultura nel creare appartenenza e visione futura condivisa?

La Sicilia è una terra complessa. È culla di cultura, storia e bellezza, ma non ha mai saputo valorizzare a pieno questo patrimonio. A pochi chilometri da Menfi c’è Santa Margherita Belice, patria del Gattopardo, dove da diversi anni si organizza un premio letterario internazionale. Il nome stesso “Settesoli” è tratto dal romanzo di Giuseppe Tomasi di Lampedusa. Se non partiamo da ciò che abbiamo – templi, storia, paesaggio, resilienza – per raccontare la nostra identità, cosa ci distingue dagli altri?

Il nostro premio è anche un’operazione di marketing, certo, ma vuole lanciare un messaggio. Le statistiche dicono che nel nostro paese c’è un allontanamento sempre più evidente dalla lettura, dall’approfondimento. La cronaca ci racconta di una gioventù in crisi, di violenza, di disagio. Se la cultura non torna al centro, continueremo ad affidarci a clientele e vecchie logiche. Fare impresa in Sicilia è difficile: le infrastrutture sono carenti e spesso siamo costretti a combattere contro la disinformazione.

La cultura, quindi, è anche un antidoto. Non pretendo che un premio letterario cambi tutto, ma può essere un seme, un segnale. Un’azienda come la nostra, con una storia di cooperazione, etica e trasparenza, ha anche il dovere di lanciare messaggi forti. E il premio può contribuire a farci conoscere in modo diverso: sulle pagine culturali dei giornali, non solo su quelle enogastronomiche.

Il Premio ha coinvolto le librerie indipendenti sia di Agrigento, Capitale della Cultura 2025, sia di altre importanti città. Che tipo di riscontro avete avuto da questi presìdi culturali?

Guardi, la situazione è stata piuttosto variegata. Per esempio, a Palermo abbiamo organizzato un evento con una libreria indipendente e c’erano 60-70 persone: una partecipazione superiore alle aspettative per una presentazione di un premio letterario. Lo stesso è successo a Roma, dove abbiamo tenuto la prima presentazione alla stampa ed un successivo evento all’interno della libreria indipendente dell’università Roma Tre. Anche al Salone del Libro di Torino, dove temevo che l’evento potesse passare inosservato, considerata la marea di eventi all’interno del programma complessivo del salone, abbiamo invece avuto una partecipazione inattesa: evidentemente il progetto ha incuriosito il pubblico di lettori presente.

In altri casi, invece, abbiamo riscontrato una affluenza minore, evidentemente legata al fatto che si trattava della prima edizione, che siamo partiti in maniera un po’ arrembante, cercando di essere presenti in tante realtà ma è chiaro che esistono librerie più organizzate e altre meno. Dovremo fare una riflessione in merito, anche valutando la possibilità di coinvolgere città importanti che sono rimaste fuori quest’anno: ad esempio, non siamo stati a Milano, che invece è un polo rilevante dove meriterebbe sicuramente fare una presentazione. Più persone riusciamo a coinvolgere, maggiore sarà la visibilità sia per il marchio sia per il premio stesso. Su questo torneremo a ragionare.

Posso dirle che siamo già stati contattati da alcune librerie non indipendenti che ci hanno proposto delle collaborazioni. Tuttavia, per ora preferiamo resistere e mantenere l’impostazione originaria. Coinvolgere le librerie indipendenti rappresenta per noi un segnale importante: sono presìdi culturali che meritano sostegno. Se riusciamo a dare loro una mano, meglio. Questo è il concetto di fondo.

Ad Agrigento, ad esempio, abbiamo avuto un’ottima partecipazione. Ovviamente non parliamo di librerie con sale conferenze: sono spesso spazi piccoli, con una stanzetta dove c’è spazio per una quarantina di persone. Ma è proprio questo il bello: vedere che c’è interesse, che la gente vuole capire, approfondire. Per me è motivo di soddisfazione e orgoglio. Non cerchiamo le piazze o le folle, ma allo stesso tempo dobbiamo fare delle valutazioni. Stiamo facendo un investimento, anche economico, e il ritorno – in termini di posizionamento, crescita della brand awareness, come si dice – deve esserci. È chiaro che nella prima edizione abbiamo vissuto alcune piccole incongruenze, ma siamo fiduciosi: crediamo che dalla seconda edizione le cose andranno meglio. Almeno, ce lo auguriamo.

Il primo premio Narrativa Mandrarossa è andato a Titti Marrone per il romanzo Primmammore (edito da Feltrinelli), un libro che affronta temi duri e profondi. C’è stata la volontà, da parte della giuria o dell’organizzazione, di selezionare opere che stimolino un pensiero critico sulla società? Una letteratura che non intrattenga soltanto, ma scuota e illumini?

La selezione l’hanno fatta le librerie indipendenti. E chi le frequenta, queste librerie? Persone spesso libere, magari critiche rispetto a certi temi. Quindi la selezione è arrivata da lì, dai lettori e dai circoli di lettura legati a queste librerie. In sostanza le segnalazioni sono arrivate dal basso. E non è una contraddizione se poi tra i libri proposti c’erano sia quelli di piccole case editrici sia quelli di editori affermati come Sellerio o Einaudi. Anzi, questo dimostra che la selezione è stata corretta, fatta da lettori che volevano premiare opere che ritenevano meritevoli. Consideri che anche il secondo classificato ex aequo, , Michele Ruol, ha scritto un libro molto toccante: l’autore è un medico anestesista e ha raccontato la morte di due fratellini. Una storia struggente. Quel libro, tra l’altro, è arrivato in finale anche al Premio Strega. La scelta è arrivata dal basso, abbiamo selezionato circa cento titoli, poi siamo arrivati a una rosa di una dozzina, forse quindici, e da lì i giurati hanno fatto il loro lavoro.

Credo che la formula sia assolutamente valida, e permette anche di dare visibilità a scrittori nuovi, a prescindere dalla notorietà della casa editrice. Stiamo cercando di fare anche qualcosa per dare continuità al premio. Vorremmo, ad esempio, posizionare un espositore dedicato all’interno delle librerie indipendenti che hanno collaborato con noi: con le nostre etichette accanto ai libri, creare qualcosa di carino che mantenga viva l’attenzione sul premio fino alla edizione successiva.

premio letterario mandrarossa titti marrone
Titti Marrone premiata dal Presidente Giuseppe Bursi per il romanzo “Primmammore” (edito da Feltrinelli)

In un mondo dove la comunicazione si fa sempre più veloce e frammentata, scommettere sulla lentezza della letteratura è un atto controcorrente. È stata una scelta anche “politica”, nel senso più alto del termine?

Sì, in un mondo che corre, forse ogni tanto fermarsi a pensare non sarebbe male. E farlo magari con un bicchiere di vino e un buon libro — lo so, forse è un’immagine banale — però è quello che faccio d’estate, quando ho più tempo per me. Credo che questa immagine sintetizzi bene la necessità di rallentare un po’ e riflettere, anche attraverso un libro, un po’ di cultura in più, per quel che si può.

Nella mia vita ho sempre seguito l’istinto: se un’idea mi convince, mi appassiona, vado avanti, anche senza riflettere su tutti gli elementi su cui forse un imprenditore dovrebbe concentrarsi. Fin dall’inizio ho sentito che questa era un’iniziativa in linea con lo spirito di una cantina cooperativa, opportuna in un momento in cui forse bisogna anche cambiare i ritmi e la formula della comunicazione. Quindi sì, ci sono tante motivazioni — alcune nemmeno pienamente consapevoli da parte mia — che emergono piano piano, ma sono sempre più convinto che sia un’iniziativa che, se gestita bene e con obiettività, può diventare davvero interessante e avere un ritorno importante in questo caso per il brand Mandrarossa.

Stiamo ragionando molto su Mandrarossa, stiamo facendo un lavoro enorme sulla qualità, sulla territorialità. Abbiamo già iniziato dei lavori grazie a un contratto di filiera dove siamo capofila, riorganizzeremo l’azienda in modo ultramoderno ed efficiente. Questo ci permetterà anche di risparmiare molto. Vogliamo correre, essere all’avanguardia, avere enologi di livello — ne abbiamo appena assunto un altro — e strutturarci per puntare in alto. Il premio letterario è anche questo: un segnale, un’ambizione. Vogliamo che questo premio diventi sempre più importante, riconosciuto a livello nazionale. Senza giri di parole è questo l’obiettivo e sono convinto che ce la possiamo fare.

Nel contesto agricolo, senza voler generalizzare, a volte la cultura viene percepita come un orpello. Come è stata percepita questa iniziativa da parte dei vostri soci? Come si può superare questa diffidenza e far percepire la cultura come risorsa concreta anche per le imprese agricole associate?

Sì, è vero, inizialmente c’è stata una certa diffidenza. In azienda è stata costituita anche la Consulta che lavora di concerto con il CDA, composta da dieci persone, agricoltori, anche giovani. Un luogo di confronto, che serve a trasmettere all’esterno le decisioni prese. Devo dire che alcuni di loro non sono apparsi subito interessati, però, devo dire, tra i più giovani c’è stato entusiasmo. Alcuni hanno detto: “Finalmente qualcosa che ci porta oltre il livello locale”. Non è stato semplice, chi guida un’impresa ha anche la responsabilità di convincere e guidare verso il futuro, verso prospettive nuove e diverse da quelle usuali.

In un settore come il vitivinicolo, complicato, con il clima che ci mette in difficoltà, dobbiamo essere dinamici e creativi. E questo è un piccolo ma importante passo avanti, che può farci fare un salto di qualità. Forse qualcuno ancora non l’ha ben compreso, ma non è una colpa: è una questione di visione.

Continuare ad investire in attività ed eventi consolidati a livello locale, non ha più senso. Noi dobbiamo proporci anche altrove, a livello nazionale. Perché possiamo farlo, perché abbiamo la qualità e la forza per puntare ad essere riconoscibili, come tanti altri marchi siciliani importanti. Stiamo lavorando anche su nuovi prodotti, da due anni ed  al prossimo Vinitaly presenteremo cose importanti. Il “Premio Letterario Mandrarossa” è solo una parte di tutto questo.

Abbiamo illustrato quelle che sono state le prerogative, gli sviluppi e la realizzazione concreta di questa iniziativa. Ma se dovesse immaginare il Premio Letterario Mandrarossa tra 5 anni, cosa le piacerebbe fosse diventato? Un festival? Un progetto itinerante? Una fondazione culturale del vino siciliano?

È un tema che stiamo cominciando ad affrontare ora, abbiamo legato il premio alle Città della Cultura, selezionando le librerie indipendenti presenti in quelle città candidate. Questo è il fil rouge che abbiamo seguito finora.

Ma ci stiamo già chiedendo: dove sarà la prossima edizione? Il sindaco di Agrigento mi ha chiesto di riconfermare la sede anche per il prossimo anno. Ci stiamo ancora ragionando, quel che è certo è che dovrà essere un luogo unico, di grande valore culturale e tendenzialmente in Sicilia. A settembre, dopo la vendemmia, faremo una riunione per cominciare a ragionare su tutto questo.

La mia ambizione è porre le basi affinché questo premio, anche se io non dovessi più esserci (il mio mandato scade a dicembre dell’anno prossimo), possa diventare qualcosa di importante. Perché non ci sono altri premi letterari legati al vino di questa portata e con questa formula. Nessuno finora ha costruito un premio dal basso, con questa coerenza.

Stiamo anche attivando collaborazioni, per esempio con il Premio Gattopardo ed anche con associazioni, librai, manifestazioni culturali a Palermo, Trapani, Agrigento. Ma l’ambizione è continuare a proporre qualcosa di bello, che duri nel tempo.

premio letterario mandrarossa
Corale con tutti gli scrittori, la giuria, il team di lavoro ed il conduttore “Tinto” (Nicola Prudente) di Rai Radio 2 Decanter

Punti Chiave:

  1. Il premio nasce da un’intuizione spontanea, legando Mandrarossa alla cultura come strategia di crescita e posizionamento del marchio.
  2. Ogni sezione del premio è associata a un vino, creando un originale connubio tra etichette e generi letterari.
  3. Le librerie indipendenti sono protagoniste attive, sia nella selezione dei titoli che nella promozione degli eventi, valorizzando la partecipazione dal basso.
  4. L’iniziativa ha una forte valenza etica e politica, proponendo la cultura come strumento di sviluppo e coesione in un contesto agricolo spesso diffidente.
  5. L’ambizione è rendere il premio un riferimento nazionale, con prospettive di crescita che includono collaborazioni, itineranza e continuità editoriale.