Il settore vitivinicolo italiano attraversa una crisi strutturale profonda caratterizzata da frammentazione, carenza di brand riconoscibili e incapacità di fare sistema. L’individualismo e la mancanza di soluzioni concrete rischiano di compromettere imprese e territori, specialmente nel Mezzogiorno, dove intere aree viticole potrebbero scomparire con gravi conseguenze economiche e ambientali.

Non si è ancora conclusa questa estate 2025 anche se le ingenti piogge di fine agosto e inizio settembre ci stanno proiettando velocemente in un autunno che si preannuncia ancora complicato per il nostro settore vitivinicolo.

Come di consueto, dal post Covid in poi, ho passato questo periodo estivo in giro per l’Italia in camper tra mare, cantine, montagna e ancora cantine.

I miei figli hanno quasi raggiunto quota 1.000 cantine visitate e temo che questa full immersion enologica li porterà ad essere astemi.

Per me, invece, visitare le cantine, incontrare produttori e manager rappresenta sempre di più l’unico modo per comprendere qualcosa di questo ormai pazzo mondo del vino, dove oggi vale tutto e il contrario di tutto.

L’unico punto su cui ormai concordano tutti è che siamo di fronte ad una crisi strutturale che di congiunturale ha ben poco. E questa, per certi aspetti, è una buona notizia perché almeno evita quel pericoloso immobilismo di chi spera o si illuda che “adda passa’ a nuttata”.

Ma se quasi tutti hanno compreso le difficoltà strutturali del nostro amato comparto vitivinicolo nessuno, e sottolineo nessuno, ha delle ricette o delle soluzioni pronte da presentare.

Praticamente tutti, infatti, oggi concordano che il nostro comparto è troppo frammentato, che sono pochi, drammaticamente pochi, i brand riconoscibili, che vi è un deficit di risorse umane competenti, che sono sempre pochissime le denominazioni di origine con adeguata notorietà, che vi è un eccesso di intermediazione nella commercializzazione del vino, che vi è una burocrazia insostenibile, che sono in atto mutazioni climatiche che stanno condizionando profondamente molte regioni vitivinicole del nostro Paese…e potrei andare avanti ancora molto.

Ma se sul fronte “problemi” la condivisione è sempre più ampia, sul fronte “soluzioni” vi è un preoccupante silenzio.

Il nostro settore vitivinicolo, anche se sarebbe più corretto parlare di filiera del vino, visto che in questo impasse è coinvolto anche il trade in tutti i suoi diversi segmenti (dall’horeca alla gdo), appare come quello studente a cui è andata bene per molti anni di scuola – per furbizia, perché era in una classe dove era facile eccellere, perché aveva professori di manica larga – ma poi arriva all’esame di maturità totalmente impreparato e fa scena muta.

La metafora dello studente impreparato non appaia così lontana dalla realtà perché, in effetti, la difficoltà di individuare soluzioni oggi testimonia lacune della filiera del vino che si sono accumulate nel tempo e che non si possono ascrivere solo alle, seppur gravi, contingenze attuali.

Ma, a queste lacune se ne aggiunge una che, a mio parere, può veramente rappresentare una mannaia drammatica per molte nostre imprese del vino: l’assoluta incapacità di fare sistema, un mix letale di individualismo e superficialità.
Ed è proprio quest’ultimo il fattore che io ritengo più preoccupante, anche perché genera pericolose derive lobbistiche, di pochi che sperano non solo di prevalere ma di cancellare facilmente molti competitor. 

Per questa ragione vorrei risvegliare la consapevolezza di molti imprenditori e manager del vino che oggi subiscono in silenzio questa deriva, pensando che non vi sia nulla da fare e che oggi tutti vanno male e che quindi è inutile agitarsi.
È proprio questo atteggiamento passivo l’humus più pericoloso che sta portando il nostro settore ad una selezione che se per certi aspetti è inevitabile, dall’altro rischia di farci perdere valori preziosi sia in termini di imprese che di territori.

E, a proposito di territori, sono reduce da un tour in Sicilia che mi ha fatto toccare con mano come, se non dovesse intervenire una politica vitivinicola seria, si rischiano di perdere in pochissimo tempo aree vitate ingenti con una ripercussione economica, paesaggistica e di sostenibilità ambientale veramente drammatiche.

Quando sento parlare con faciloneria di cooperative che è meglio che chiudano, di viticoltori che è meglio che pensino a fare dell’altro, forse non ci si rende conto di che impatto avrà nel nostro Paese la scomparsa della viticoltura in vaste aree, in particolare del nostro Mezzogiorno. Stiamo veramente scherzando con il fuoco (e in questo caso non è solo una metafora); se andiamo avanti così quelli che erano giardini vitati si trasformeranno in deserto con tutte le relative drammatiche conseguenze.

E, visto che parliamo di Sicilia, è abbastanza facile, purtroppo, evidenziare come il grande investimento comunicativo sull’Etna di quest’ultimo decennio ha fatto dimenticare che siamo di fronte ad uno dei continenti vitivinicoli più straordinari con una biodiversità territoriale e produttiva che ha pochi eguali al mondo. Chi ha deciso di far parlare solo l’Etna in questi ultimi anni dovrà spiegarlo ai posteri, a questo punto.

Un’ultima annotazione frutto di riflessioni estive riguarda il tema del biologico.

Sempre dalla Sicilia emerge come la recrudescenza di alcune fitopatologie obblighi una forte rivisitazione dei presidi utilizzabili in viticoltura biologica. Quest’anno, ad esempio, ampie zone della Sicilia occidentale, del trapanese in particolare, sono state funestate da attacchi devastanti di cicalina, insetti che si nutrono di linfa fogliare, provocando ingiallimenti, necrosi marginali e arrotolamento delle foglie, compromettendo la fotosintesi e la salute generale della pianta. Considerando che la Sicilia è tra le regioni vitivinicole più biologiche al mondo si riesce facilmente a comprendere i gravi danni causati da questo insetto che non solo indeboliscono la pianta nell’annualità corrente, ma riducono la sua capacità di accumulare sostanze di riserva per l’anno successivo.

I vigneti che ho visto in molte aree del trapanese li distingui subito tra quelli “biologici” e quelli “convenzionali”, i primi sono marroni, come se fosse autunno inoltrato, gli altri sono verdi.

Non riflettere di più anche su questi aspetti la dice lunga su come si stia muovendo anche la politica di settore. Oggi fare biologico, anche  alla luce delle mutazioni climatiche, lo si può considerare un atto eroico.

Ma se la viticoltura italiana ha bisogno di eroi c’è poco da stare allegri.


Punti chiave

  • Crisi strutturale colpisce il vino italiano: non è più congiunturale ma sistemica
  • Frammentazione eccessiva del settore: troppi piccoli produttori, pochi brand riconoscibili
  • Incapacità di fare sistema: individualismo impedisce soluzioni collaborative efficaci
  • Territorio siciliano a rischio: intere aree viticole potrebbero trasformarsi in deserto
  • Viticoltura biologica in difficoltà: cambiamenti climatici rendono la gestione sempre più complessa