Il mercato del vino USA, il più grande al mondo, affronta una crisi non solo congiunturale dovuta a dazi e incertezza, ma strutturale a causa dell’eccessiva speculazione sui prezzi e dei ricarichi sproporzionati lungo la filiera. L’eccessiva crescita dei costi sta allontanando il consumatore. Questa difficoltà impone un nuovo equilibrio e offre all’Italia l’opportunità storica di promuovere la sua biodiversità e i vitigni autoctoni come alternative di alta qualità a prezzi più equi e sostenibili.

Ho letto in questi giorni un interessante articolo di Jeff Siegel su Drinks Insider dal titolo “I grossisti accumulano vino, ma non aspettatevi affari”, che mi ha fatto riflettere. L’articolo descrive un allarme rosso per il commercio internazionale: i dazi di Trump, l’incertezza politica e la minaccia di recessione creano un ambiente tossico, mettendo a rischio il trimestre più redditizio dell’anno.

Tuttavia, fermarsi al lamento congiunturale sarebbe miope. Forse i dazi hanno involontariamente scoperto il nervo più scoperto e patologico del mercato del vino USA: l’eccessiva speculazione sui prezzi.

L’equilibrio perduto: i ricarichi folli

Ascoltare la sommelier Leonora Varvoutis ammettere: “Devo lasciare i vini da 300 dollari alle steakhouse” e “Non posso proprio superare i 16 dollari al bicchiere” solleva una domanda cruciale: come ha fatto il mercato a sostenere finora questi ricarichi folli?

In troppi, per troppo tempo, hanno immaginato che i prezzi potessero crescere a dismisura, con consumatori sempre disposti a pagare cifre esorbitanti per un bicchiere o una bottiglia. Questa dinamica, che si estende a ricarichi folli in ogni angolo del pianeta, minaccia la sostenibilità del consumo di vino.

Non si tratta di “sbracare” sui prezzi o mettersi in saldo permanente; si tratta di definire un nuovo equilibrio nella filiera. Se ogni anello della catena (produttore, importatore, distributore, ristoratore) vuole guadagnare sempre di più in modo sproporzionato, il destino del consumo, inteso come abitudine diffusa, non può che essere preoccupante. L‘avvertimento è chiaro: i consumi sono già in calo e il fattore “convenienza” sta svanendo.

La finestra di opportunità: strategia e biodiversità

Non dobbiamo aspettare che la “nottata passi” e che il mercato si riequilibri da solo. Le difficoltà attuali impongono di muoversi adesso e di trasformare la crisi in un’opportunità strategica.

Il fatto che i ristoratori e i piccoli importatori stiano “cercando fino all’esaurimento” vini più accessibili è una notizia eccellente per l’Italia. Questa necessità sta spingendo il trade americano a rivolgersi anche a piccole realtà italiane, al di fuori dei soliti noti.

Qui si apre una finestra storica per la nostra filiera:

  1. Scoperta della biodiversità: I nostri piccoli produttori e i vitigni autoctoni meno noti (la nostra incredibile biodiversità vitienologica) possono finalmente essere scoperti e apprezzati come alternative di alta qualità a prezzi equi.
  2. Strategia del valore vs. speculazione: I produttori italiani devono dimostrare che un prezzo più sostenibile non significa qualità inferiore, ma una maggiore parsimonia lungo la filiera a vantaggio di uno sviluppo di vendite serie e durature e meno speculazioni del momento.

È il momento di abbandonare le vecchie strategie di ricarico sconsiderato. Il futuro del vino è legato a una maggiore umiltà sui prezzi e a una maggiore ambizione sulla qualità e sulla comunicazione.


Punti chiave

  • Ricarichi folli minacciano la sostenibilità del consumo di vino negli Stati Uniti, un mercato che per troppo tempo ha creduto nella crescita infinita dei prezzi.
  • Nuovo equilibrio nella filiera è necessario: ogni anello della catena deve definire guadagni più parsimoniosi per non compromettere l’abitudine diffusa al consumo.
  • Crisi come opportunità per l’Italia, spingendo il trade americano verso piccoli produttori e vitigni autoctoni, che possono offrire valore a prezzi più equi.
  • Strategia del valore contro la speculazione: i produttori italiani devono dimostrare che un prezzo più accessibile non implica affatto una qualità inferiore.