La Fondazione MUVIN progetta a Verona il primo grande hub culturale nazionale dedicato al vino. Il presidente Diego Begalli illustra un progetto da 10-12mila metri quadrati che unisce museo, formazione, ricerca e innovazione. Con team internazionale e partner strategici, l’apertura è prevista per il 2027.
La Fondazione MUVIN sta disegnando un progetto ambizioso: creare a Verona il primo grande Museo Nazionale del Vino, un luogo in cui cultura, innovazione, formazione e identità territoriale si fondono in un’unica esperienza. Non un museo nel senso tradizionale del termine, ma un hub culturale capace di raccontare la civiltà del vino in tutte le sue dimensioni, dal sapere scientifico alla convivialità.
Abbiamo intervistato il presidente della Fondazione, Diego Begalli, per approfondire visione, obiettivi e prospettive di un’iniziativa che promette di collocare Verona – e l’Italia – al centro della mappa culturale internazionale del vino.
Il progetto MUVIN viene spesso definito come “il futuro Museo del Vino”. Ma lei ha più volte precisato che si tratta di qualcosa di molto diverso. In che cosa consiste questa visione?
La mia convinzione è che il Paese abbia bisogno di un centro nazionale di riferimento per la cultura del vino. Il vino non è un prodotto della natura, ma della cultura: rappresenta un patrimonio materiale e immateriale che racconta chi siamo.
Per questo, quello che alcuni definiscono “Museo del Vino” è in realtà un hub culturale del vino, dove il museo è soltanto uno degli elementi del progetto. MUVIN sarà uno spazio vivo, articolato su più piani: formazione, ricerca, innovazione, intrattenimento, ristorazione sociale, eventi, esposizioni.
Parliamo di un complesso da 10-12 mila metri quadrati, di cui circa 4.500 dedicati alla parte museale. Ma il cuore del progetto è un ecosistema aperto, dove il vino diventa chiave di lettura della cultura, della storia e del futuro.
Da dove nasce l’idea di costruire un centro culturale del vino proprio a Verona?
Verona è già, a tutti gli effetti, la capitale del vino. Con Vinitaly e con il suo straordinario tessuto produttivo, la città ha un ruolo riconosciuto nel mondo. MUVIN rappresenta il tassello che mancava: quello culturale.
L’obiettivo è completare e razionalizzare il ruolo di Verona, rendendola non solo sede di eventi commerciali, ma anche centro permanente di riflessione e divulgazione sulla cultura enologica.
E sarà un luogo che non compete, ma valorizza le realtà esistenti: dalle cantine ai musei aziendali, fino ai consorzi di tutela. Vogliamo che MUVIN sia un moltiplicatore, un punto di connessione tra territorio, imprese e visitatori.
Ha spesso parlato della necessità di un approccio internazionale. In che modo questo si traduce nel progetto?
Fin dall’inizio abbiamo scelto un team completamente internazionale, senza presenze italiane. È stata una decisione voluta, non per sfiducia, ma per evitare qualsiasi tipo di condizionamento o visione provinciale.
Ci siamo ispirati a modelli di successo come la Cité du Vin di Bordeaux o il World of Wine di Porto, ma con l’obiettivo di andare oltre: un progetto più aperto, inclusivo, contemporaneo.
La nostra idea è quella di un radicamento locale con contaminazioni globali. Se restiamo chiusi nel nostro recinto, rischiamo di costruire il “circo di Verona”. Dobbiamo invece aprirci al mondo, ospitare eventi, esposizioni, settimane tematiche internazionali. Penso, per esempio, a una “settimana dei vini cileni” o a collaborazioni con i grandi attori del settore globale.
Come risponde il sistema delle imprese a questa visione?
Serve una proattività da parte del mondo imprenditoriale. Noi possiamo offrire spazi e contesto, ma sono le aziende che devono portarvi contenuti, eventi, relazioni.
Un partner strategico sarà sicuramente Veronafiere: se riuscirà ad affiancare alla sua vocazione business anche una dimensione culturale, il salto sarà decisivo.
Intanto, abbiamo già suscitato l’interesse di realtà operative importanti. Costa Edutainment, ad esempio, ha dichiarato pubblicamente la propria disponibilità a partecipare al progetto. Parliamo di un gruppo che gestisce oltre 15 milioni di visitatori l’anno in Italia. Collaborare con operatori di questo livello significa proiettarsi in un altro scenario, molto più ampio rispetto a quello locale.
A che punto è lo sviluppo del progetto e quali sono le prossime tappe?
Grazie al contributo della Regione Veneto, abbiamo completato quasi interamente lo studio di fattibilità e il master plan. Ora siamo pronti a passare alla fase operativa.
L’obiettivo è ottenere entro fine anno l’inserimento del progetto nella legge di bilancio e il conseguente finanziamento ministeriale. A quel punto potremo definire con i partner privati – in particolare DeA Capital – la costituzione della NewCo che gestirà l’intero complesso.
Se tutto procederà come previsto, stimiamo 12-18 mesi di lavori per arrivare all’apertura. L’obiettivo realistico è il 2027.
Come immagina il MUVIN una volta realizzato?
Lo immagino come un ponte tra il vino, la cultura e l’innovazione, un luogo dove le persone non siano semplici spettatori, ma partecipanti attivi.
Attraverso le tecnologie immersive, la formazione, gli eventi e la ricerca, MUVIN racconterà il vino non solo come prodotto, ma come linguaggio universale, capace di interpretare la contemporaneità.
Vogliamo che i visitatori escano con una consapevolezza nuova: che il vino non è solo gusto o territorio, ma un racconto della civiltà umana.
Punti chiave
- MUVIN sarà un hub culturale da 10-12mila mq, non solo un museo tradizionale, dedicato alla civiltà del vino.
- Verona diventa capitale culturale del vino mondiale, completando il ruolo commerciale già consolidato con Vinitaly.
- Team completamente internazionale per evitare condizionamenti provinciali e ispirarsi a Bordeaux e Porto.
- Partnership con Costa Edutainment e DeA Capital per gestire oltre 15 milioni di visitatori annui.
- Apertura prevista nel 2027 dopo finanziamento ministeriale e 12-18 mesi di lavori.












































