Nel 2026 il vino si ridefinisce sotto la pressione economica: consumi in calo, costi in crescita e maggiore prudenza negli acquisti. Chi compra sceglie meno ma meglio, privilegiando qualità e identità. Tornano centrali le denominazioni storiche e i “classici” riconoscibili. Crescono i bianchi freschi e i vini low/no-alcohol, sempre più credibili anche in fascia premium.
Prima ancora di parlare di tendenze, numeri, mercati o consumi, vale la pena fermarsi su una domanda semplice e insieme enorme: che cos’è il vino? Per decenni, anzi, per secoli, abbiamo ripetuto la stessa risposta.
Il vino è territorio. È suolo, clima, esposizione. È la mano di chi coltiva e di chi vinifica. È una forma liquida di paesaggio e di memoria. È il racconto silenzioso di un luogo e delle persone che lo abitano.
Poi, nel corso degli ultimi anni, questa definizione si è progressivamente offuscata. Il vino è diventato anche altro. Milioni di bottiglie identiche, progettate per essere riconoscibili ovunque e da chiunque, spesso sradicate da qualunque origine reale. Non è stata una degenerazione improvvisa, ma una trasformazione graduale.
Il 2026 si apre con un settore vinicolo più fragile, più cauto e, paradossalmente, più lucido. I consumi calano, i costi aumentano, intere superfici vitate vengono espiantate, soprattutto negli Stati Uniti e in alcune regioni europee.
Evan White, direttore del settore vino del gruppo Bludorn, lo ha espresso con chiarezza in un’intervista a Sevenfifty Daily: “guardando al 2026, i fattori economici, piuttosto che le preferenze stilistiche o le mode, saranno la spinta principale dietro la maggior parte delle decisioni di consumo”.
Il vino deve fare i conti con il potere d’acquisto reale, con l’inflazione, con l’aumento dei costi di produzione e distribuzione, con tensioni commerciali che in alcuni casi hanno già prodotto dazi e contrazioni dell’export. Ma proprio questa pressione sta producendo una sorta di ritorno alle origini.
Negli Stati Uniti il consumo è sceso di circa il 20% rispetto al picco del 2021, e anche in Europa i volumi mostrano una progressiva erosione. Tuttavia, chi continua a comprare vino lo fa in modo diverso. Non cerca più semplicemente una bottiglia, cerca un senso. “Le persone bevono meno, ma quando comprano una bottiglia sono molto più disposte a pagare per qualcosa di qualità, fatto nel modo giusto, con qualcosa da dire”, afferma Ryan Sipin, consulente vinicolo.
Questo segna una frattura profonda con il recente passato. Il vino torna a essere una scelta intenzionale, non un gesto automatico. Meno bottiglie sul tavolo, più attenzione a cosa c’è dentro.
Per produttori, importatori e ristoratori questo significa una cosa molto concreta: la fase dei cataloghi sterminati e delle carte dei vini enciclopediche lascia spazio a selezioni più ristrette, più curate, più leggibili. Meno etichette anonime, più storie riconoscibili.
In questo clima di selezione e prudenza, non sorprende che molti consumatori tornino a rifugiarsi in territori che conoscono e riconoscono: Bordeaux, Champagne, Piemonte, Rioja, Chianti. “Bordeaux è tornato”, afferma la sommelier Hannah Harrington. E Aldo Sohm aggiunge: “Nel mondo post-pandemia, le persone cercano marchi classici riconosciuti”.
Dal punto di vista europeo, e italiano in particolare, questa dinamica rappresenta un’opportunità strategica. L’Italia dispone del più vasto patrimonio di vitigni al mondo, con centinaia di DOC e DOCG che uniscono notorietà, stile codificato e forte legame territoriale. In una fase in cui il consumatore riduce il rischio e privilegia la riconoscibilità, la forza delle denominazioni storiche può tornare a essere un vantaggio competitivo decisivo, soprattutto nei mercati maturi.
Parallelamente, cambia anche il profilo organolettico dei vini più richiesti. Il successo persistente dei bianchi freschi, acidi e aromatici, Sancerre in testa, ma anche Albariño, Assyrtiko, Vermentino, Grüner Veltliner e Sauvignon Blanc in varie declinazioni, racconta la stessa storia. “Gli ospiti chiedono vini simili al Sauvignon Blanc quando vogliono cambiare”, osserva Torrey Grant.
La preferenza va verso vini con alcol moderato, grande bevibilità, freschezza immediata. Anche qui l’Italia parte avvantaggiata. Un patrimonio che si inserisce perfettamente nella domanda di vini freschi, riconoscibili e legati a un luogo preciso. Forse il segnale più emblematico di questo nuovo ciclo riguarda però i vini a basso o nullo contenuto alcolico. “Mi aspetto che i vini analcolici e a basso contenuto di alcol facciano il salto dalla curiosità alla conversazione sui vini premium”, afferma Brian Huynh.
Non si tratta più solo di una nicchia per consumatori astemi o salutisti. È una categoria in rapida evoluzione tecnologica. I nuovi sistemi di dealcolizzazione e le tecniche di recupero aromatico stanno migliorando sensibilmente struttura, profilo sensoriale e stabilità dei prodotti finali.
In parallelo, questi vini rappresentano anche una possibile valvola economica per il settore primario: l’utilizzo di uve eccedentarie per produzioni alternative può contribuire a ridurre la pressione della sovrapproduzione tradizionale, mantenendo in attività superfici vitate altrimenti destinate all’espianto. Alex Highsmith, proprietario di un’enoteca newyorkese, lo sintetizza in modo diretto: “Le persone hanno meno disponibilità economica e non amano più gli effetti collaterali dell’alcol”.
Se si osservano insieme tutte queste dinamiche, il 2026 potrebbe non essere l’anno della ripresa dei volumi. Ma potrebbe diventare l’anno in cui il settore ridefinisce le proprie priorità.
Per produttori e consorzi significa investire nella costruzione del valore: identità territoriale, chiarezza stilistica, sostenibilità misurabile, solidità distributiva. Per i mercati maturi, e in particolare per l’Europa, significa trasformare il proprio patrimonio di denominazioni, vitigni e competenze in un vantaggio competitivo concreto.
Il vino resta un prodotto culturale, ma il suo futuro sarà deciso da scelte industriali, agricole e commerciali molto precise. Non vincerà chi produce di più, ma chi saprà dimostrare, in modo convincente e continuativo, perché la propria bottiglia merita di essere scelta.
Punti chiave
- Consumi in calo: meno volumi, acquisti più intenzionali e orientati alla qualità.
- Pressione economica: inflazione e costi guidano le scelte più delle mode.
- Denominazioni storiche: ritorno ai classici riconoscibili (Bordeaux, Champagne, Piemonte, Chianti, Rioja).
- Bianchi freschi: domanda per vini acidi, aromatici, moderati in alcol (Sancerre e alternative).
- Low/no-alcohol: crescita tecnologica e commerciale, da nicchia a conversazione premium.












































