Martin Foradori Hofstätter offre una riflessione matura sui vini NoLo, superando gli estremi ideologici del dibattito. Il produttore altoatesino propone un approccio pragmatico, senza negare l’identità del vino né abbracciare soluzioni messianiche. Al centro restano il calo dei consumi e la necessità di visione a lungo termine per produttori e territori.

Nel mio recente editoriale “Vini no alcol: molto rumore per (quasi) nulla” ho cercato di riportare il dibattito sui NoLo entro confini di realtà, sottraendolo all’enfasi mediatica e alle contrapposizioni ideologiche che troppo spesso ne inquinano la discussione.

Un tentativo, deliberato, di rimettere ordine: distinguere le categorie, separare il vino da ciò che vino non è, senza demonizzazioni né entusiasmi fuori scala.

Proprio in questo contesto si inserisce il commento che mi ha scritto Martin Foradori Hofstätter, il noto produttore altoatesino, da alcuni anni impegnato anche nello sviluppo di una proposta premium di bevande analcoliche come Steinbock Riesling Zero e Steinbock Zero Sparkling

Un intervento che, a mio avviso, va ben oltre il merito specifico della questione NoLo e diventa un esempio concreto di come dovrebbe essere affrontato un confronto serio e costruttivo nel mondo del vino oggi.

Martin parte da una posizione chiara e tutt’altro che ambigua: il suo legame con il vino resta profondo, identitario, definitivo. Non c’è alcun ripudio, nessuna conversione ideologica. C’è però la consapevolezza – rara e preziosa – di trovarsi “nel mezzo” di un cambiamento nei consumi, con tutte le conseguenze economiche, culturali e generazionali che questo comporta. È lo sguardo di un produttore che non si rifugia nella nostalgia né si fa sedurre da slogan salvifici.

Colpisce soprattutto la lucidità con cui individua i veri estremi del dibattito: da un lato i “vecchi” del vino (non per età, ma per rigidità mentale), sempre pronti ad alzare la voce in difesa di un’identità percepita come assediata; dall’altro i puritani, che dipingono il vino come un male assoluto, un veleno da estirpare. In mezzo, quasi sempre assente, il punto di vista più importante: quello di chi beve meno, ha smesso di bere o non ha mai bevuto vino. Proprio lì, osserva Martin, dovrebbe concentrarsi l’attenzione.

È una riflessione che dialoga perfettamente con il senso del mio editoriale: possiamo continuare a minimizzare i dati, a sdrammatizzare le statistiche, ma il calo dei consumi è un fatto. E il rumore mediatico attorno ai NoLo non cambia questa realtà. La vera “luce in fondo al tunnel”, semmai, resta confinata ai grandi vini iconici, ai vini “cult” capaci di reggere nel tempo perché portatori di storia, stratificazione, territorio. Ma questi vini sono pochi, non si improvvisano e soprattutto non nascono da una visione di corto respiro.

Qui il commento di Martin si fa ancora più scomodo – e quindi utile – chiamando in causa produttori, territori ed enti di tutela: quanti sono davvero pronti a ragionare sul lungo periodo? Quanti hanno una visione che vada oltre la sopravvivenza immediata? Senza questa maturità, non nascono né vini iconici né risposte credibili al cambiamento.

Il vino dealcolato è il futuro? Martin non lo afferma, e fa bene. Lo definisce per quello che è: una possibile alternativa, forse una risposta parziale, forse uno strumento per contenere fenomeni ben più gravi come l’estirpazione dei vigneti. Nessuna promessa messianica, nessuna negazione identitaria. Solo pragmatismo.

Ed è proprio questo, a mio parere, il punto centrale. A prescindere dalle opinioni personali sui NoLo – tutte legittime – il valore del suo intervento sta nel metodo: meno battaglie ideologiche, più lavoro; meno slogan, più soluzioni; meno rumore, più visione. Se il mondo del vino fosse capace più spesso di questo livello di serietà e maturità, il dibattito sarebbe non solo meno sterile, ma finalmente utile.

Per questo, al di là delle posizioni, non posso che dire: grazie, Martin. Non per aver dato “ragione” a qualcuno, ma per aver dimostrato che il confronto, quando è onesto, può ancora essere uno strumento di crescita.


Punti chiave

  1. Martin Foradori Hofstätter supera le contrapposizioni ideologiche con un intervento lucido e pragmatico sui NoLo.
  2. Il dibattito oscilla tra rigidità dei tradizionalisti e puritanesimo anti-alcol, ignorando chi beve meno.
  3. Il calo dei consumi è reale e richiede visione a lungo termine, non soluzioni di corto respiro.
  4. I vini dealcolati non sono il futuro garantito, ma una possibile alternativa parziale al cambiamento.
  5. Meno ideologia, più lavoro: il metodo conta più delle posizioni personali per un dibattito utile.