Il caso Cava riapre il dibattito tra frammentazione e identità collettiva. Nuove realtà come Corpinnat e DO Penedès nascono per alzare l’asticella e recuperare credibilità, in risposta a prezzi medi bassi e segnali di calo dell’export. Ma troppe classificazioni rischiano di confondere il consumatore, indebolendo il messaggio del territorio.
Recentemente un approfondimento pubblicato da Wine-Searcher ha analizzato la nascita di nuove realtà come Corpinnate la DO Penedès, create da alcuni produttori fuoriusciti dalla storica DO Cava. L’obiettivo dichiarato non è rompere con il passato, ma restituire valore e credibilità allo spumante spagnolo. Perché il problema, oggi, è soprattutto economico.
Tra il 2009 e il 2025 gli spumanti spagnoli sono cresciuti solo del 22%, mentre quelli italiani sono esplosi con un +276%e i francesi con un +74%. Ancora più significativo è il prezzo medio: circa 3,76 dollari al litro per la Spagna, contro oltre 22 per la Francia. Negli ultimi mesi, inoltre, il Cava ha registrato un calo dell’export sia in valore sia in volume.
Tradotto: un vino prodotto con metodo classico, costoso e lungo da realizzare, viene spesso percepito e venduto come una commodity.
Naturalmente le cause non sono solo identitarie, pesano distribuzione, posizionamento nella GDO e concorrenza internazionale, ma molti produttori hanno iniziato a chiedersi se il problema non sia anche di reputazione collettiva.
Da qui la scelta di alzare l’asticella: biologico obbligatorio, territori più ristretti, uve autoctone, regole più severe. Non tanto per distinguersi dal vicino, quanto per ricostruire prestigio. Come a dire: se cresce la reputazione di tutti, cresce anche il valore di ciascuno.
Ed è qui che la questione supera il caso spagnolo e tocca un tema più ampio: un territorio funziona davvero quando riesce a fare comunità.
Recentemente, parlando con un produttore trentino, è emerso un paragone interessante con la Borgogna. Lì le suddivisioni sono molte. Eppure in alcuni casi non vengono vissute come un ostacolo. Se il vicino possiede un Grand Cru, non è per forza un rivale: il suo prestigio contribuisce ad alzare la percezione di tutta la vigna, e anche i vigneti accanto ne beneficiano.
Quando una denominazione nasce per rafforzare l’identità comune, allora può diventare un moltiplicatore di valore. In fondo è ciò che è accaduto alle grandi aree che oggi diamo per scontate. Champagne è prima di tutto un nome forte, lo stesso vale per Prosecco. All’interno esistono differenze e sottozone, ma verso l’esterno il messaggio resta semplice: un territorio.
Il punto, però, è trovare il giusto equilibrio. Perché se dividere può aiutare a raccontare meglio la qualità, complicare troppo il linguaggio rischia di allontanare chi compra. Troppe sigle, troppe menzioni e troppe categorie possono trasformarsi in rumore davanti allo scaffale. Come ha osservato Cheron Cowan, beverage director del ristorante Craft, nello stesso articolo: “Anche da professionista trovo le nuove classificazioni un po’ complesse”. Se lo pensa chi lavora nel settore, è facile immaginare lo smarrimento del consumatore medio.
Il caso catalano resta interessante. Non tanto per capire chi avrà ragione tra Cava e le nuove denominazioni, ma per osservare se riusciranno davvero a rafforzare l’identità collettiva del territorio. Perché, alla fine, il valore non nasce da un singolo, ma da quanto i produttori decidono di crescere insieme.
Punti chiave
- Prezzo medio: 3,76 $/litro – Metodo classico percepito come commodity, valore economico insufficiente.
- Nuove denominazioni: Corpinnat e DO Penedès con regole più severe per recuperare credibilità e prestigio.
- Crescita export: Spagna +22% (2009–2025), distacco rispetto a Italia e Francia, competitività da ripensare.
- Reputazione collettiva: Se cresce l’immagine comune, cresce il valore dei singoli.
- Rischio complessità: Classificazioni difficili anche per i professionisti, confusione allo scaffale.













































