La sentenza della Corte Suprema degli Stati Uniti del 20 febbraio 2026 segna una svolta storica: i dazi di Trump sono stati dichiarati incostituzionali. Tuttavia, tra lo stop immediato alla riscossione e la minaccia di nuove tariffe sostitutive, il settore del vino italiano resta in allerta. Scopriamo perché questa vittoria legale rischia di trasformarsi in un nuovo labirinto burocratico.

Per mesi, il mondo del commercio internazionale è rimasto sospeso in un’attesa “beckettiana”, simile a quella dei protagonisti di Aspettando Godot. Quel “secondo scarpone” che doveva cadere sul pavimento è finalmente arrivato il 20 febbraio 2026, quando la Corte Suprema degli Stati Uniti ha emesso la sua attesa sentenza sui dazi imposti dall’amministrazione Trump nel 2025. Il verdetto è netto: i dazi sono stati bocciati. Eppure, per il settore vitivinicolo italiano e per gli importatori americani, il sipario non è affatto calato. Anzi, si sta aprendo un nuovo, convulso atto.

Il nodo del contendere: tassa o strumento di regolazione?

Al cuore della disputa legale risiede una sottile ma fondamentale distinzione costituzionale. L’amministrazione Trump ha sempre sostenuto che i dazi fossero uno strumento per “regolare” il commercio internazionale, un potere che il Congresso ha parzialmente delegato al Presidente. Tuttavia, la realtà dei numeri racconta un’altra storia: con un gettito di circa 30 miliardi di dollari al mese nella seconda metà del 2025, i dazi si sono configurati come una vera e propria tassa sulle importazioni.

Secondo la Costituzione americana, ogni atto che generi entrate fiscali deve avere origine nella Camera dei Rappresentanti. La Corte Suprema sembra aver accolto proprio questa tesi: i dazi non sono una semplice regolamentazione, ma un’imposizione fiscale “dall’alto” che viola il principio della rappresentanza democratica. Un paradosso alimentato dallo stesso Presidente Trump, che non ha mai smesso di vantarsi dell’enorme “bottino” incassato dallo Stato, indebolendo così la tesi difensiva dei propri legali.

Chi ha pagato davvero il conto?

Mentre la politica discuteva di sovranità, l’economia reale subiva i colpi. Nonostante la retorica secondo cui i dazi sarebbero una tassa a carico dei governi stranieri, i dati della Federal Reserve di New York hanno confermato una realtà diversa: tra il 90% e il 96% dell’onere dei dazi è ricaduto direttamente sui consumatori e sulle imprese americane sotto forma di prezzi più alti e costi di produzione lievitati.

Il danno maggiore, tuttavia, è rappresentato da ciò che non è accaduto. Le perdite riguardano i prodotti mai importati, le ore di lavoro tagliate nelle fabbriche a causa dei costi delle materie prime e le esportazioni statunitensi frenate dalle ritorsioni. È il peso dell’invisibile, di un’economia contratta dalla paura e dai rincari.

Settore vino: una vittoria senza consolazione

Per l’Italia, il vino rappresenta il fronte uno dei fronti più caldi. Sebbene la notizia della bocciatura della Corte Suprema sia stata accolta con favore, permane uno scenario di profonda incertezza. Da domani scatterà ufficialmente lo stop alla riscossione dei dazi illegali, ma l’Unione Italiana Vini (UIV) invita alla massima prudenza.

Il timore è che si passi dalla padella alla brace. L’amministrazione Trump ha già lasciato intendere di voler agire rapidamente per reintrodurre i dazi utilizzando basi legali diverse e nuove giustificazioni. Questo scenario di “caos normativo” rischia di paralizzare le spedizioni: le cantine italiane non sanno se i loro container, una volta arrivati a destinazione, saranno soggetti a nuove gabelle improvvise.

Il rebus dei rimborsi

Se una tassa viene dichiarata incostituzionale, dovrebbe essere rimborsata. Ma la strada verso i risarcimenti appare impervia. Il problema è la distinzione tra incidenza legale (chi ha materialmente pagato il dazio alla dogana) e incidenza economica (il consumatore finale che ha pagato di più per un prodotto). Restituire miliardi di dollari richiederebbe l’emissione di nuovi titoli di Stato, con un impatto potenzialmente devastante sui tassi di interesse e sulla disponibilità di credito. La prospettiva più probabile è che anche la partita dei rimborsi rimanga impantanata nei tribunali per anni, estendendo l’incertezza ben oltre il 2027.

Un futuro sospeso

Il verdetto della Corte Suprema è un punto di svolta, ma non la fine delle ostilità. Il “tit for tat” (colpo su colpo) della politica commerciale globale continua a dettare il ritmo. Per ora, gli attori del mercato restano sulla scena, in attesa di capire quale sarà la prossima mossa di Washington. La sentenza del 20 febbraio ha chiarito che la legge ha i suoi confini, ma non ha ancora dissipato le nubi di una guerra commerciale che continua a gravare sulle famiglie e sulle imprese di tutto il mondo.

In questo scenario, la vittoria legale appare come un “bicchiere mezzo vuoto”. La strada è ancora lunga e, proprio come nel dramma di Beckett, il rischio è che, dopo tanto attendere, il cambiamento reale sia destinato a farsi aspettare ancora un po’.


Punti chiave:

  1. La Corte Suprema ha stabilito che i dazi del 2025 sono tasse incostituzionali poiché non approvate dal Congresso ma imposte per editto.
  2. Il carico economico delle tariffe è ricaduto quasi interamente (tra il 90% e il 96%) su consumatori e imprese americane.
  3. Esiste un rischio concreto che l’amministrazione reintroduca i dazi utilizzando giustificazioni legali diverse per aggirare la sentenza.
  4. Le cantine italiane mantengono una posizione di estrema prudenza a causa del caos normativo e dell’incertezza sulle spedizioni future.
  5. La battaglia per i rimborsi dei dazi già versati potrebbe protrarsi nei tribunali fino al 2027, con pesanti ripercussioni finanziarie.