I produttori di vino stanno lavorando per sfruttare la crescente popolarità dei vini low e no alcol, una tendenza in pieno sviluppo che si scontra con la difficoltà di una qualità ancora piuttosto contenuta. Rispetto al vino tradizionale il vino no alcol non manterrebbe all’assaggio la promessa di finezza e qualità, sentori e profumi risulterebbero ancora poco eleganti e delicati. Tra i ricercatori il pensiero è che, così come è accaduto per il mondo della birra, anche il vino dealcolato debba guardare oltre: a una materia prima eccellente e a standard di produzione di altissimo livello.

Secondo il magazine online News, il ricercatore Wes Pearson dell’Australian Wine Research Institute ha trascorso gli ultimi due anni lavorando su come accentuare nel vino alcol free sapori e sensazioni il più possibile vicini a un calice di vino tradizionale. Il processo di dealcolazione è piuttosto costoso rispetto alla vinificazione tradizionale, la maggior parte dei produttori cerca di contenere i costi utilizzando una materia prima di qualità inferiore. Pearson ha individuato tra gli elementi che consentono una buona esperienza sensoriale, lo zucchero e le bollicine. Tra le ricerche utili per la produzione di vini premium, low e no alcol, ci sarebbe quella di un accurato lavoro in vigna e di pianificazione che privilegi i varietali più idonei rispetto all’obiettivo della dealcolazione.

In Barossa Valley, Australia meridionale, Wolf Blass produce con successo vini rossi pluripremiati. Il direttore commerciale, Kerrin Petty, ha riferito che i vini no alcol occupavano uno spazio importante all’interno della produzione dell’azienda, e considerato che uno terzo dei consumatori sceglierebbe un vino senza alcol solo se di assoluta qualità, l’azienda ha lavorato verso questa direzione con l’obiettivo di soddisfarne le aspettative. Che la richiesta di vini senza alcol stia crescendo non c’è dubbio.

Non è però l’unica ragione per cui in Australia si sta tentando di diversificare il proprio mercato. Tra i motivi principali i dazi cinesi imposti e la perdita di un mercato da 1,2 miliardi di dollari. Diversificare ha significato guardare alla Corea, alla Thailandia e a Hong Kong, ma soprattutto a prodotti a basso contenuto di alcol che hanno rappresentato una parte significativa dell’attività, con particolare appeal verso i consumatori più giovani interessati a nuovi ambiti di consumo.