Angelo Peretti firma “Il profumo del bicchiere mezzo pieno” (Edizioni Ampelos), un libro che abbandona punteggi e classifiche per raccontare il vino attraverso storie, persone e paesaggi. Fabio Piccoli firma la prefazione, celebrando la curiosità senza confini di un esploratore che porta i lettori oltre il mainstream, tra bottiglie di tutto il mondo e riflessioni sulla vita.
Per comprendere il valore dell’ultima pubblicazione di Angelo Peretti mi basterebbe sottolineare che dei 181 vini che ha consigliato ne conosco meno della metà e ne ho degustati personalmente forse una decina. E questo la dice lunga non tanto e non solo sulla competenza di Angelo, ma anche e soprattutto sulla sua straordinaria curiosità, quella che lo porta a scoprire vini di denominazioni poco conosciute, di paesi lontani, di produttori raramente nel cosiddetto mainstream.
Ma il suo non è manierismo. È quella fine curiosità che anima solamente le persone che si approcciano ai prodotti e ai settori scevre da pregiudizi, con il desiderio profondo di conoscere, di studiare, di andare aldilà degli stereotipi. Di quello che si sente sempre dire anche nei confronti del vino, di cui tanti parlano ma pochi hanno la pazienza e lo spirito di scoperta di uomini come Angelo Peretti.
Conosco e stimo Angelo da molti anni e di lui ho sempre apprezzato il non fermarsi mai in superficie. Non gli ho mai sentito dire qualcosa di scontato o qualche luogo comune tra i tanti che purtroppo affollano la comunicazione del vino.
E soprattutto condivido con Angelo quella che a mio parere è una merce rara nel nostro amato mondo del vino: il suo guardare alla filiera nel suo complesso e non fermarsi mai ai singoli segmenti.
Con le sue ultime pubblicazioni, inoltre, si può dire che Angelo ha chiuso il cerchio, facendo percepire forse il valore principale del vino, e cioè quello di essere un incredibile stimolatore di riflessioni, da quelle più semplici e magari superficiali a quelle più profonde.
E il bello dell’ultimo libro di Angelo è quello di riuscire a parlare e scrivere di vino, prendere a pretesto il vino per tirare fuori tutto il resto: il tempo, la memoria, gli incontri, il paesaggio, le persone. Il vino come mezzo, mai come fine.
È una scelta che sembra semplice e invece è coraggiosa. Perché rinunciare ai punteggi, alle schede di degustazione, alle classifiche significa rinunciare alla comodità di un linguaggio già codificato, che nessuno può contestarti. Angelo ha fatto l’esatto contrario: si è messo in gioco. Ogni vino qui non è una scheda, è una storia. Ogni produttore non è un’azienda, è un personaggio. E le bottiglie che consiglia arrivano dall’Italia come dalla Bolivia, dal Messico, dalla Lettonia, dal Giappone, perché la curiosità di Angelo non ha confini geografici né gerarchie di prestigio.
Colpisce, in questo, la totale assenza di snobismo. Angelo difende il bag-in-box, il tappo a vite, perfino il brick bevuto onestamente durante un pasto veloce. Non per provocazione, ma perché ha capito una cosa che il nostro settore continua a rimuovere: il valore di una bottiglia dipende dal contesto in cui viene condivisa e dalle persone con cui la si beve. Non da chi la certifica.
Non sono un nostalgico. Ma alcune cose mi mancano, e tra queste ci sono le cene che Angelo organizzava qualche anno fa e alle quali ho avuto il privilegio di partecipare. Portava vini che acquistava in gran parte online, e credo sia stato tra i primi in assoluto a usare quel canale, quando di e-commerce non parlava ancora nessuno, men che meno nel mondo del vino. Su questo vale la pena fermarsi un attimo, perché nel libro Angelo in parte lo ricorda: ha speso una fortuna in vini. E così ha smontato, senza fare polemica, uno dei luoghi comuni più duri a morire, quello del giornalista del vino che vivrebbe di rendita, di bottiglie regalate o inviate dai produttori per le recensioni. Anche in questo Angelo è unico, o quantomeno tra i pochissimi. Mi ci metto umilmente anch’io, in quella piccola categoria di chi il vino continua ad amarlo e a comprarlo.
È in una di quelle cene che ho conosciuto il Riesling Renano, che da decenni ormai è il mio vino preferito. Angelo portava bottiglie anche degli anni Settanta, chicche straordinarie, e ogni volta era una scoperta: come aprire uno scrigno senza sapere esattamente cosa ci si sarebbe trovato dentro.
Ecco, forse è proprio questa l’immagine giusta. Più che un esperto di vino, Angelo Peretti è un esploratore del vino. E anche in quest’ultimo libro esplora i confini più estremi in cui una bottiglia ti può portare, quante evocazioni può stimolare, quanto lontano può spingersi il pensiero se solo gli si dà il tempo di partire. Ne è la prova anche la lista dei vini che consiglia: di quelli, come ho scritto all’inizio, ne conosco meno della metà. Ma è esattamente questo il punto. Un esploratore non ti porta dove sei già stato.
Per questo, oltre ai complimenti per un’opera davvero riuscita, e so che ne ha già un’altra in serbo, della quale in qualche misura mi sento responsabile, ad Angelo voglio dire grazie. Grazie per aver fatto capire che il vino è un pretesto, e che proprio in quanto pretesto ci regala occasioni per parlare di tutto. A partire da quel motore fondamentale delle nostre esistenze che si chiama amore.
Punti chiave
- Angelo Peretti presenta un libro senza punteggi né classifiche, dedicato a storie e persone del vino.
- Vini da tutto il mondo, dall’Italia alla Bolivia, mostrano una curiosità senza confini geografici.
- Nessuno snobismo verso bag-in-box e tappo a vite: conta il contesto in cui si beve.
- Fabio Piccoli ricorda le cene di degustazione organizzate da Peretti, vere scoperte enologiche condivise.
- Il vino diventa pretesto per parlare di tempo, memoria, incontri e amore.
































































