Siccome sono in molti che mi chiedono se per i miei articoli utilizzo l’intelligenza artificiale, ho ritenuto opportuno rispondere a tutti i nostri lettori anche perché questo mi consente di dare il mio punto di vista su un tema estremamente complesso come l’AI.
Innanzitutto premetto che il mio utilizzo di AI è “limitato” ad esplorare fonti, cioè a verificare, anche attraverso alcuni strumenti di intelligenza artificiale, oltre ai motori di ricerca, le possibili tantissime fonti dalle quali attingere non solo informazioni, dati, ma anche stimoli di riflessioni.
Soffermandomi per un attimo su questa premessa va sottolineato come oggi l’AI, in tutte le sue diverse declinazioni, ha ampliato in maniera impressionante il bacino di fonti e questo spesso rappresenta anche un problema nel selezionare ciò che è autorevole, credibile da ciò che non lo è.
Ma c’è un’altra problematica innescata dall’AI e che io definisco “bulimia editoriale” frutto di molti che grazie a lei si sono trovati dalla mattina alla sera in grado di scrivere pensieri apparentemente autorevoli. Purtroppo, però, quasi sempre confondiamo la capacità di scrivere in italiano, con una sintassi corretta (in questo AI è bravissima) con l’autorevolezza, con la competenza.
Ed è proprio qui che casca il cosiddetto asino.
Cerco di farmi comprendere per evitare di passare per il solito sapientone che vuole dare lezioni a tutti.
L’AI è una bestia pericolosa e i sempre più che ormai la utilizzano tutti i giorni lo sanno benissimo perché è una straordinaria alimentatrice di illusioni.
La prime di queste illusioni è farti credere dopo un po’ che quello che scrive l’AI è comunque frutto di un tuo pensiero e che quindi è “tutta roba tua”.
Palle, l’AI va sempre oltre i tuoi pensieri, li scavalca, li arricchisce, li modifica in modo che ti sembrano anche meglio dei tuoi. Tu all’inizio rimani un po’ perplesso ma poi ti dici: “cavoli finalmente una che mi capisce appieno, che basta che le dica un paio di cose e subito mi sa interpretare al meglio”.
Quest’ultimo inganno è decisamente il più pericoloso, quello che ti fa regredire in maniera spaventosa dandoti l’illusione che le due conoscenze che avevi ti basteranno per l’eternità perché ci sarà sempre l’AI ad arricchirle.
Basta leggere in questi ultimi anni i post su LinkedIn per rendersi conto che tutti sono diventati specialisti di tutto. Analisti di bilanci, esperti enologi, politologi, economisti su tutto, insomma se un alieno li leggesse e non sapesse nulla dell’AI crederebbe di essere atterrato in un pianeta ricchissimo di competenze, pieno di esperti su tutto lo scibile.
Ed è proprio questa la bulimia editoriale che alimenta un fiume di illusioni di competenza che purtroppo inevitabilmente rischia di portarci ad uno tsunami di pericolosa ignoranza.
Nessuno è immune da questo rischio, a partire da quelli, come il sottoscritto, che dopo quasi quarant’anni nel mondo del vino ritiene da avere esperienza e competenza abbastanza per tenere testa all’AI e di poterla alimentare con la sua dotta sapienza senza esserne sopraffatto.
Scrivo questo perché l’ho sfidata in questi ultimi anni uscendone sempre perdente come quando cercavo di battere a scacchi il mio computer.
Se quindi abbiamo ancora un barlume di buonsenso dobbiamo sfruttarla, con attenzione e parsimonia, solo quando essa può veramente rappresentare un valore aggiunto ma senza che sia essa a guidarci.
Senza dimenticare che i nostri neuroni, le nostre sinapsi si attivano, si mantengono vive solo con l’esercizio costante, come i nostri muscoli che se non li stimoliamo con il movimento si annientano drammaticamente.
Per questo lo stesso esercizio della scrittura attivando il proprio cervello, anche per scrivere un post, una semplice mail è una forma fondamentale di evoluzione psichica e intellettiva senza la quale si regredisce inevitabilmente.
Per tale ragione ho sempre più la percezione che l’AI, in una fase di così profonde trasformazioni, ci stia impedendo di fare una cosa fondamentale: studiare, analizzare i fenomeni per poterli affrontare al meglio.
Invece ci affidiamo a lei per le risposte e quindi rischiamo di estinguerci con un “perfetto italiano”, ma anche quello purtroppo non è “farina del nostro sacco” come avrebbe detto la mia brava maestra delle elementari.
Punti chiave
- La bulimia editoriale nasce dall’AI, che permette a molti di scrivere testi apparentemente autorevoli in poco tempo.
- Scrivere bene non basta: la sintassi corretta dell’AI viene spesso confusa con competenza e autorevolezza.
- L’AI alimenta illusioni: fa sembrare proprio ciò che scrive e fa credere che poche conoscenze bastino per sempre.
- Nessuno è immune: nemmeno chi ha quarant’anni di esperienza nel vino, che l’ha sfidata e ne è uscito perdente.
- Usare l’AI con parsimonia, solo quando aggiunge valore, continuando a studiare e a esercitare scrittura e pensiero.

































































