Diventare “Premium” sembra essere diventata un’ossessione per molti produttori, come se non esserlo fosse sbagliato. Ad ogni vino il suo consumatore, non c’è niente di più vero. Ma diventare Premium è un lavoro ben più complesso, non significa solo aumentare il prezzo e conquistare le èlite di consumatori attirati principalmente dalla possibilità di un’alta spesa (direttamente proporzionale ad una bella figura a cena). Il lavoro di premiumizzazione comporta studiate strategie di brand identity e posizionamento e, solo di conseguenza, un aumento di prezzo.
Gli Stati Uniti stanno pensando proprio a questo, rendere i prodotti locali Premium, ottenendo ricavi più elevati, alzando il prezzo. Ma con l’aumentare delle importazioni, fra cui quelle del Bel Paese (e noi non possiamo che gioire di ciò) la mossa più astuta sarebbe quella di creare nuovi consumatori, piuttosto che inseguire i portafogli di quelli più fedeli.
Meininger’s Business International dove il Professor Damien Wilson di Wine Business Education della Sonoma State University, considera ciò che sta accadendo alle cantine californiane, confrontandolo con quanto già accaduto in Francia sullo stesso tema, la Premiumisation, avvertendole di non commettere gli stessi errori.
Francia. Secondo
France Agrimer, con il 2015 il consumo di vino pro capite era diminuito di oltre il 50% rispetto al picco degli anni ’60 di oltre 100 litri all’anno. Con il crollo dei consumi, la Francia ha ben pensato di aumentare la qualità, specialmente nelle denominazioni regionali AOC per salvare il settore a lungo termine. I produttori di alta qualità ne hanno beneficiato, così come i consumatori di vino esistenti, che hanno goduto del vantaggio di una maggiore diversità di scelta, ma il settore del vino francese ha trascurato la necessità di attirare nuovi consumatori nella categoria. Lo dimostra il fatto che quasi l’80% del vino in Francia viene consumato da persone oltre i 55 anni.
E gli Stati Uniti?
I Millennials si stanno interessando ad altre categorie, fra cui rientra il vino italiano, il che è un’ottima notizia per noi, ma una non tanto allegra per la produzione locale. In fondo però, tutti i nodi vengono al pettine: proprio quando l’interesse per il vino francese ha iniziato ad arrestarsi negli anni ’80, gli Stati Uniti hanno iniziato ad attuare lo stesso fallimentare modello industriale, ed ecco che ora si ritrovano ad affrontare gli stessi problemi.
Ogni tanto, anche il secchione della classe prende un brutto voto, forse era meglio non copiare!