Si parla spesso di Donne del vino, di imprenditoria femminile, di progetti audaci che mostrano idee innovative e straordinarie potenzialità. Abbiamo incontrato Giusi Scaccuto Cabella, one woman band del Cortese di Gavi Docg. E New York e Miami già la amano.
Giuseppina Scaccuto Cabella fa vino senza vigne e cantina, si comporta come un agronomo, lavora come un enologo, ma non è né l’uno né l’altro. Trent’anni, per l’esattezza, è l’esperienza maturata tra le aziende vitivinicole piemontesi dove, tra la vita in vigneto e molte altre mansioni, ha maturato un’idea e nello stesso concretizzato un sogno: realizzare un’etichetta mettendo in bottiglia 11 diversi territori che compongono il Cortese di Gavi.
Ma andiamo per ordine. Giuseppina “Giusi” ha sfruttato un talento e un’opportunità, una storia che potremmo definire sia di coraggio sia di follia, certamente ricca di molto impegno. MINE è il punto di partenza del suo sogno in un territorio, quello del Gavi Docg, che parla di Cortese, uva autoctona nobile piemontese. Undici comuni e un’area di circa 1500 ettari nella provincia di Alessandria dove i suoli cambiano alternando marne arenarie, marne argillose bianche e terre rosse. Una geologia ricca e complessa come spesso si trova in Piemonte che incide fortemente sul vino caratterizzandolo in modo unico da versante a versante, da collina a collina. Non possiede vigneti dicevamo, non possiede una cantina, non è un’enologa. Fa tutto lei e per la sua prima bottiglia di Mine Gavi Docg 2018 (in commercio è già finita), ha acquistato le uve da piccoli produttori degli undici diversi territori. Sono selezionati personalmente e con criteri molto rigidi: sono innanzitutto artigiani e conducono i vigneti in modo biologico, rispettosi della campagna e del territorio, scelti anche per i rapporti di stima e amicizia costruiti in tanti anni di attività. Ciò di cui non ci si capacita osservando Giusi, donna semplice, a tratti timida, è la straordinaria determinazione con cui sta rivoluzionando anche il concetto di imbottigliamento, partendo dalla scelta della cantina a Francavilla Bisio (AL), affittata ad hoc, e dove ha iniziato a vinificare Mine in prima persona. “Il mio Gavi è ottenuto dalle migliori uve di cortese, la vera anima del Gavi è racchiusa in questo vino, espressione della ricchezza, del gusto e dei profumi che queste terre regalano” racconta così alla stampa milanese presentando al Joia, Ristorante di Alta Cucina Vegetariana di Pietro Leemann il suo progetto a cui nessuno aveva mai pensato sin d’ora.
Solo ventimila bottiglie prodotte da uve trasformate con fermentazioni a temperature controllate, avviate da una pied de cuve di lieviti indigeni: vinificazione in acciaio, nessuna chimica, solo altissima tecnologica. Mine Gavi 2018, sottolineiamo noi, è un grande vino: il calice giallo paglierino chiaro è brillante, il naso floreale e di grande freschezza. In bocca ha verve, sostanza, dinamicità; permette abbinamenti trasversali grazie a una buona struttura e una buona componente alcolica. “Ho pensato di fare buon uso della mia esperienza, della passione per il vino e dell’amore per il mio territorio”.
Con già in testa l’evoluzione del progetto, in cantina è in affinamento il grande rosso di Mine Wine, questa prima edizione di Cortese di Gavi 11 Terre è già terminata a conferma che anche la denominazione ha un preciso riscontro e apprezzamento in tutto il mondo. Il 70% per cento della produzione è stata acquistata dal mercato estero come USA, soprattutto New York e Miami. Molto bene anche la richiesta in Svizzera, Polonia e Russia.












































