In diversi precedenti articoli abbiamo osservato, da angolazioni diverse, il mercato inglese, e non ci siamo ancora stancati di farlo, perché crediamo di dover dedicare più di una rapida occhiata agli sviluppi del mercato UK, che potrebbe riservarci piacevoli sorprese, ma anche prevedibili delusioni.
Partiamo dal ricordare qualche aspetto positivo. Innanzitutto, ci preme ricordare che, come anche in altri Paesi europei, la tendenza a consumi in stile “healthy” stia diventando un trend driver, e come gli utenti finali consumino in minori quantità ma scelgano di bere meglio. Siamo inoltre venuti a conoscenza, e ve lo abbiamo riferito, del fatto che la GDO gode ancora di forza nel mercato, e dopo una crescita dell’1.5% nel 2018, si prevede cresca ancora dell’1.7% nel 2022, nonostante il Paese navighi in acque poco sicure in previsione del totale divorzio con l’Unione Europea.

In occasione di ProWein, vi abbiamo però anche segnalato che in confronto al 2017, l’attrattività del Regno Unito si è nettamente deteriorata, ed il rischio di un ulteriore declassamento è molto alto. 
Un indebolimento che è legato a diversi fattori, tra cui il costante aumento delle tasse sugli alcolici e la grande quantità di spazio perso fra gli scaffali dei distributori, a causa di una spietata competizione fra retailer e discount. Oltre a ciò altri aspetti caratterizzano un significativo declino delle importazioni e dei consumi nel Regno Unito. Da considerare ad esempio, il valore della moneta, il pound, caduto drammaticamente durante aprile 2017, un’azione che si è riflessa direttamente nei portafogli dei consumatori finali, non troppo contenti dell’aumento dei costi e di conseguenza meno stimolati all’acquisto, specie nei settori merceologici più economici, il cui valore “non vale la spesa”.

Adesso ci giunge una nuova angolazione all’orecchio: parliamo sempre del settore enologico inglese, che comprende quindi tutta la filiera, ma cerchiamo di guardarlo da una diversa prospettiva e capirne il valore e le possibili conseguenze ad essa derivate per il nostro export.
Un recente articolo di The Drink Business sostiene che il settore enologico inglese stia crescendo e presenti più di 2000 persone impiegate nell’industria vitivinicola, ossia lavoratori, produttori e supporto amministrativo. WineGB, un’importante associazione inglese che raccoglie i produttori, inoltre prevede che nei prossimi 20 anni l’industria crescerà, creando tra i 20.000 e i 30.000 nuovi posti di lavoro, e che alle soglie del 2040, l’industria del Regno Unito genererà entrate per un valore di 658 miloni di sterline, grazie al turismo e all’attrattività dei visitatori esterni. Lo scorso anno, inoltre, l’industria vitivinicola del Regno Unito ha registrato un raccolto da record, per un equivalente di 15.6 milioni di sterline in bottiglia, una sorprendente crescita del 130% in volume rispetto al 2017. Una crescita che ha portato come conseguenza vendite ed export duplicati, in particolare per Inghilterra e Scozia; un export di successo, specie negli stati uniti e in Scandinavia, che attualmente coprono il 65% del totale delle esportazioni.

Viene da chiedersi, pertanto, se sia una mossa calcolata e se la Brexit faccia parte di una strategia per favorire solamente la crescita del comparto interno. Siamo del parere però che l’export di vini italiani possa di certo aiutare la crescita del mercato vitivinicolo UK, per ciò che riguarda la distribuzione e la ristorazione, considerando anche il fatto che la quota di italiani presenti nel Paese sia aumentata nel corso degli anni, e siano molti i residenti italiani che consumano vino regolarmente.
Pare che questo divorzio fra Europa e Regno Unito possa lasciarci più perplessi, sotto molti punti di vista. Noi attendiamo i futuri sviluppi e chi chiediamo: chi sarà a “pagare gli alimenti”?