Incontriamo Angelo Gaja in questa prima giornata di Vinitaly 2019 tra un ritaglio e l’altro degli appuntamenti istituzionali e commerciali che lo attendono. Nonostante il poco tempo a disposizione, lui è un vero signore e questo lo sottolineiamo perché rare volte ci è capitato di incontrare una tale disponibilità e apertura di vedute. Con lui, che è considerato a pieno titolo uno dei pionieri dell’export del vino italiano, abbiamo fatto il punto sullo stato di salute del nostro comparto.
Qual è lo stato di salute del vino italiano?
L’Italia è il secondo Paese che esporta di più al mondo, con un prezzo medio molto buono, però possiamo fare meglio. Sicuramente abbiamo un passato del quale dobbiamo essere orgogliosi: è stato fatto un lavoro di qualità negli anni, abbiamo portato i nostri vini all’estero e questo è un patrimonio.
Facciamo fronte ad una situazione attuale in cui c’è un rallentamento dei mercati, ma è normale e non dobbiamo spaventarci.
Qual è una delle forze del vino italiano?
Certamente il fattore umano. Abbiamo 25.000 cantine, nessuno ha numero così elevato. Per fare un raffronto la Francia ne ha 6.000. La maggior parte di queste aziende però sono artigianali. Per questo dobbiamo fare lo sforzo di liberare questa forza di artigiani, capaci di pensare in modo diverso, capaci di non seguire i trend di mercato.
Cosa impedisce a questa forza di liberarsi?
Il peso di una burocrazia folle, che soffoca tutti, specialmente gli artigiani. Loro non potranno mai competere con le grandi aziende, ma sicuramente hanno un peso importante e fanno massa. Loro possono dare tanto al vino italiano.
Quale consiglio darebbe dall’alto della Sua esperienza a questi produttori?
Essere piccoli non è sempre bello, piccolo è faticoso, ma molto utile al comparto. La loro forza deve essere l’unione. Gli artigiani devono sapersi unire e non restare tutti separati. Se sono capaci di fare numero, possono chiedere che la burocrazia venga allentata, ma devono riuscire ad individuare i loro rappresentanti.
Quali sono i mercati su cui investire oggi?
Per i piccoli sicuramente l’Europa con le dovute distinzioni: la Germania non è un mercato facile, mentre possiamo guadagnare posizioni in Belgio, un mercato molto filo-francese ma che si sta aprendo, poi la Danimarca, l’Olanda, il Lussemburgo e la Svizzera francese. Per quanto riguarda l’Asia, l’obiettivo primo a mio avviso dovrebbe essere il Giappone.
Cosa vede per il futuro della Cina?
Saranno gli imperialisti del domani; quelli che batteranno tutti saranno i cinesi e noi dovremo essere preparati.Loro hanno 50 siti unesco straordinari, dalla muraglia cinese, all’esercito di terracotta. Per i cinesi, e per la media borghesia che comincia a crescere, i siti unesco hanno molto peso, sono ben pubblicizzati. E noi? Ne abbiamo 53, dobbiamo sfruttarli! Attrarli con le nostre bellezze, perché ne sono attratti; abbiamo un paesaggio unico e straordinario.
Lei è andato all’estero per la prima volta a fine anni Sessanta, un pioniere. Qual è uno dei primi ricordi che ha?
Era il 1974. Ero andato a New York per incontrare un noto broker ebreo, che aveva tutti i collegamenti con la comunità ebrea che dominava il mondo dell’alcol in quel periodo. Lui mi portò un giorno dal titolare di Sherry Lehmann, una grande enoteca di New York. Dopo essere saliti su una scaletta esterna in ferro, entrammo in un ufficio minuscolo, pieno di fotografie, libri, e bottiglie. Per darci il benvenuto aprì una bottiglia di noto Champagne, senza sapere neanche chi fossi io. Dopo aver parlato un po’ mi disse: “Mr Gaja, il mercato americano non è pronto per i suoi vini”. Però aggiunse: “Se Lei si impegna, questo mercato può accogliere dei messaggi nuovi. Se Lei guadagna credibilità, ciò avverrà, anche se non so quando”.
E quale intuizione fu più azzeccata?













































