Il Wine Summer Tour tocca la Borgogna, terra simbolo del vino mondiale, dove le cantine costruiscono un intero racconto turistico attorno a Pinot Nero e Chardonnay. L’articolo mette a confronto questo modello con la situazione italiana, chiedendosi quante “Borgogne” nascondiamo nel nostro Paese e quali ostacoli impediscono di valorizzarle appieno, tra qualità, accoglienza e timori legati agli investimenti stranieri.
Ci sono viaggi che si fanno per riposare e viaggi che si fanno per capire. Il nostro Wine Summer Tour appartiene, ormai da anni, alla seconda categoria. Il camper ci sta portando tra Francia, Inghilterra e Scozia, in un mix di esperienze enoturistiche che per la prima volta mette accanto al vino anche le distillerie di whisky che, va detto subito, rappresentano forse il vertice dell’accoglienza nei siti di produzione, un modello da studiare più che da imitare.
Ma la prima tappa non poteva che essere iconica: la Borgogna. Una terra che anno dopo anno si conferma, probabilmente, il luogo di produzione più prestigioso del vino a livello mondiale. E che aria si respira, in Borgogna? È questa la domanda che ci portiamo dietro, perché da un osservatorio così privilegiato si può leggere, meglio che altrove, lo stato di salute del vino. Una salute che, vista da qui, appare buona. E, udite udite, buona anche grazie al turismo del vino.
Perché qui le cantine, anche le più blasonate, non si vergognano affatto di vendere vino in cantina, di proporre e valorizzare le proprie esperienze enoturistiche. E ci riescono non solo per il prestigio e la qualità dei loro vini, ma soprattutto perché in questa terra tutto parla di vino, tutto parte dal vino. Viene allora spontaneo chiedersi: quanti sono, in Italia, i territori e le denominazioni che hanno fatto del vino il loro principale attrattore turistico?
C’è un’obiezione che si sente spesso. In Australia, in California, in Sud Africa il vino è l’attrazione principale perché non c’è altro di così importante: manca la storia fatta di chiese, musei, monumenti, borghi. Ecco, questo della Borgogna non si può proprio dire. Qui i paesi, a partire dalla bellissima capitale, Beaune, sono intrisi di storia. E nonostante ciò, il vino resta l’evocazione continua, il filo che tiene insieme tutto il resto. Dal paesaggio vitato alla cartellonistica, dagli uffici turistici a ogni dettaglio dell’accoglienza: tutto ti conduce a comprendere che qui l’attrazione principale sono le cantine, e che è attraverso di loro che puoi conoscere la storia di una terra e il senso di un’intera economia.
Il tutto, naturalmente, poggia su una qualità che ha pochi eguali al mondo. Il Pinot Nero e lo Chardonnay la fanno da padroni, offrendosi a un livello tale da farti capire una cosa semplice: quando si raggiunge una simile eccellenza, la crisi appare più lontana. E la gente arriva da ogni parte del mondo non solo per gustare grandi vini, ma soprattutto per vivere una grande terra del vino.
Quante Borgogne abbiamo, nel nostro Paese? Io, senza voler apparire presuntuoso, direi più di una. Il problema è che facciamo troppa fatica a farle esprimere al meglio, a capitalizzare fino in fondo le loro straordinarie potenzialità.
Eppure, per chi ama il vino come lo amiamo noi, dalla Borgogna si esce rinfrancati. Con quella bella sensazione che il vino non abbia soltanto una grande storia alle spalle, ma anche un grande futuro davanti. A patto che ci si creda, e che ci si investa seriamente, senza paure e senza riserve.
E allora, se non è il mercato, come quasi ovunque, nel mondo del vino, qual è la vera preoccupazione che si respira oggi in Borgogna? Non abbiamo una risposta statisticamente attendibile, lo diciamo con onestà. Ma molti dei produttori e dei manager che abbiamo incontrato si sono detti preoccupati, qualcuno anche molto: che la Borgogna diventi sempre più proprietà di fondi, o di chi vede questa terra prima di tutto come un business. “Gente da fuori”, capace di erodere a poco a poco l’autenticità di un luogo. Lo dicono non per una qualche forma di chiusura verso l’invasore straniero, ma per una paura, a mio parere legittima, che la loro terra possa perdere quel senso di appartenenza, quella verità del territorio che è stata un fattore decisivo per la sua crescita e la sua credibilità. In fondo, è una preoccupazione che tutte le grandi terre del vino dovrebbero avere. Compresa la nostra.
Punti chiave
- Le cantine borgognone aprono le porte al pubblico e vendono direttamente in loco, con orgoglio.
- Il vino resta il filo conduttore che lega storia, paesaggio e accoglienza turistica del territorio.
- L’Italia possiede diverse “Borgogne” ma fatica a farle esprimere e valorizzare pienamente.
- I produttori temono l’ingresso di fondi esteri, capaci di erodere l’autenticità del territorio.
- Il turismo del vino sostiene la crescita, anche quando il mercato globale mostra segnali di difficoltà.













































