Amo il Lambrusco da sempre, anche da prima che iniziassi ad occuparmi di vino in maniera professionale, oltre trent’anni fa. Ho girato il mondo in lungo e in largo grazie al vino e, ovunque sia andato, ho sempre sentito parlare di Lambrusco.

Nel mondo, dire la parola Lambrusco è un po’ come dire “ciao”, “pizza” o evocare il nome del mitico “Paolo Rossi”. Insomma, è un vino che non solo ha conquistato una notorietà planetaria, ma è anche fortemente legato all’identità del nostro made in Italy.
Ammetto che osservare come troppo spesso questa nostra grande bollicina rossa venga mal posizionata e non correttamente raccontata sui mercati internazionali (ma anche su quello nazionale, purtroppo) mi ha sempre fatto male.

Considero tutt’oggi il percepito “sbagliato” sul Lambrusco uno dei maggiori paradossi vitienologici a livello internazionale.
Un vino che ha una storia, un blasone, ma anche (non dimentichiamolo mai) un profilo qualitativo come il Lambrusco, dovrebbe essere sempre inserito tra i grandi dell’enologia mondiale.
La sua capacità, inoltre, di potersi declinare in diverse interpretazioni legate alle varie tipologie di Lambrusco e terroir produttivi, conferisce a questo vino un ulteriore valore aggiunto.

E’ incredibile come il Lambrusco sia riuscito a mantenere, nella sua lunghissima storia (un antenato del Lambrusco, addirittura in versione frizzante, veniva già prodotto in epoca Romana), una contemporaneità straordinaria. Un vino che non è mai stato scalzato da nessuna “moda enologica”.
Un vino eclettico, capace di parlare moltissime lingue e farsi apprezzare da una miriade impressionante di diverse tipologie di consumatori e adattabile a un numero illimitato di contesti di consumo.

Proprio tutte le valutazioni sopra evidenziate hanno rappresentato il faro di Emilia Wine, la nota cooperativa di Scandiano (Reggio Emilia) che può contare su un patrimonio di circa 730 soci coinvolti nella gestione di quasi 2.000 ettari. Nata dall’unione delle cantine di Arceto, Correggio e Prato di Correggio, insieme alla secolare esperienza di Casali Viticultori, Emilia Wine si propone di lanciare quella che potremmo definire la sfida più rilevante mai avviata prima d’ora per dare al Lambrusco l’immagine che merita nel mondo.

“E’ vero – spiega Davide Frascari, presidente di Emilia Wine – il nostro è un progetto molto ambizioso che qualcuno potrebbe anche considerare una sorta di mission impossible. Non vogliamo assolutamente apparire presuntuosi; siamo coscienti di quanto sia complessa la nostra sfida e di quanto anche altre realtà produttive si stiano impegnando per qualificare sempre meglio il Lambrusco. Noi però come cooperativa sentiamo ancor più forte questa responsabilità non solo nei confronti dei nostri soci ma anche dei territori che rappresentiamo”.

La sfida di Emilia Wine non è certo recente, vista la lunga tradizione di Lambrusco di qualità, a partire da quanto fatto da Casali Viticultori (appartenente al gruppo Emilia Wine dal 2014) impegnata su questo fronte produttivo dal 1900. Proprio la Casali è stata la prima azienda a produrre uno spumante metodo classico dell’Emilia-Romagna, il tutt’oggi apprezzato Ca’ Besina.

Basti citare tra i Lambruschi di Casali il Pra di Bosso, prodotto per la prima volta agli inizi degli anni ’80, il primo Lambrusco frutto di un cru a testimoniare e dimostrare concretamente il fortissimo legame tra questa tipologia di vino e il suo specifico sito produttivo. Un aspetto, quest’ultimo, ancora poco comunicato dal mondo del Lambrusco, e invece fattore determinante per spiegare al mondo, a partire dalla più autorevole critica enologica, che si tratta di un vino che più di altri è in grado di “tracciare i confini”.

Ma Emilia Wine tramite Casali ha anche voluto dimostrare come il Lambrusco sia forse la maggiore espressione di biodiversità vitienologica al mondo. E l’ha dimostrato con il Migliolungo, un vino che si può definire un inno alla biodiversità, unico al mondo in questa direzione, capace di racchiudere ben 21 varietà di Lambruschi della provincia reggiana. Molti di questi Lambruschi sono ormai quasi dimenticati (le cosiddette “reliquie ampelografiche”, fortunatamente recuperate anche grazie alla collaborazione con l’Istituto tecnico agrario “A. Zanelli” e all’impegno di numerosi soci).

“Sono molti i fattori che ci rendono ottimisti pur nella consapevolezza di esserci assunti una responsabilità impegnativa”, sottolinea Marco Fasoli, direttore commerciale di Emilia Wine.

“Il primo fattore – spiega Fasoli – è sicuramente rappresentato dalla straordinaria vocazionalità qualitativa dei nostri circa 2.000 ettari che possiamo considerare una culla d’elezione per produrre Lambruschi di alto pregio. Al secondo posto metterei la nostra lunga tradizione sul fronte della produzione di Lambruschi d’alta qualità e dall’alto valore identitario (per noi infatti è determinante dare chiara riconoscibilità ai nostri vini, a partire dal Lambrusco). Al terzo posto l’impegno costante e sempre più determinato dei nostri soci e del nostro staff tecnico di cantina in grado di valorizzare al meglio l’alto profilo qualitativo della nostra uva. Questi tre fattori strategici, tutti di grandissima importanza, sono legati oggi da una strategia promossa e condivisa dal cda e management della nostra cooperativa, che ha scelto di fare di Emilia Wine un capofila autorevole della valorizzazione del Lambrusco nel mondo”.

“A quest’ultimo riguardo – conclude Fasoli – a breve comunicheremo la realizzazione di una serie di eventi, a partire da un incontro internazionale, durante il quale spiegheremo al mondo i valori veri del Lambrusco e il nostro impegno nella sua promozione”.