Mentre scrivo questo intervista mi giunge notizia che il Gruppo Lunelli ha acquisito un marchio storico delle bevande italiano, Tassoni, produttrice della mitica cedrata. Un marchio che va ad aggiungersi agli altri cinque della famiglia Lunelli: Ferrari Trento (metodo classico Trentodoc), Bisol1542 (Prosecco), Segnana (grappe), Tenute Lunelli (vino, a partire dalla Tenuta Castelbuono in Umbria, quella caratterizzata dalla splendida e originale forma architettonica del carapace) e Surgiva (acque minerali).

Un’ulteriore acquisizione che testimonia la dinamicità straordinaria della famiglia Lunelli che anche oggi, con la terza generazione nella plancia di comando del Gruppo (Marcello, Matteo, Camilla e Alessandro Lunelli), continua a rappresentare una realtà unica nel panorama vitienologico del nostro Paese.

Per questa ragione, intervistare Matteo Lunelli, presidente e ceo della Ferrari Trento, il marchio realmente storico della spumantistica italiana, significa confrontarsi con uno dei protagonisti più eclettici e coraggiosi nel panorama degli imprenditori e manager del vino del nostro Paese.

Un manager che ha portato il suo Gruppo a “navigare” non solo in acque ben conosciute e confinate del mondo del vino, ma andando ad esplorare ambiti più ampi e investendo in strategie di marketing e comunicazione assolutamente innovative come, ad esempio, la recente sponsorizzazione della Formula Uno, senza dimenticare che Ferrari sono state per molti anni le bollicine ufficiali dei prestigiosi Emmy Awards.

Ho conosciuto Matteo Lunelli una decina di anni fa nella mia bella esperienza alla guida dell’Istituto Trentodoc. Compresi fin da subito di trovarmi di fronte una figura “anomala” per il mondo del vino, con una visione che lo portava ad ampliare sempre i confini di un settore che riteneva troppo legato agli schemi classici. È stato sicuramente tra i primi imprenditori del nostro settore a comprendere che il vino doveva accettare la sfida delle “contaminazioni”, in particolare con quei comparti più affini ad esso. Ed è questo che l’ha portato a diventare uno dei principali protagonisti di Altagamma, di cui dallo scorso anno è anche presidente, la prestigiosa Fondazione che riunisce le imprese dellInnanzitutto, come avete vissuto e state vivendo questa difficile fase dettata dalla pandemia?

Sicuramente il 2020 è stato un anno molto difficile anche per noi, seppur, con una valutazione ex post, i risultati sono stati meno negativi di quanto temevamo. Considerando, infatti, che la nostra azienda è fortemente esposta sul fronte dell’Horeca, possiamo considerare il -15% del nostro fatturato 2020 un risultato tutto sommato molto positivo. Ma devo ammettere che non è stato il mantenimento del fatturato la nostra prima preoccupazione lo scorso anno. Fin da subito, infatti, ci siamo concentrati nel mettere in sicurezza i nostri dipendenti e collaboratori. E la cosa che mi dà più soddisfazione è il poter dire che non abbiamo avuto nessun contagio in azienda e questo perché abbiamo messo al primo posto la tutela della salute delle nostre risorse umane.

Siete stati anche particolarmente attivi sul fronte della cosiddetta responsabilità sociale.

Siamo un Gruppo solido, fortemente legato al suo territorio, e questo ci ha consentito di affrontare questa tempesta sicuramente con mezzi superiori ad altre realtà. Da questa consapevolezza è nato il nostro impegno di supportare il più possibile i nostri collaboratori, i nostri clienti, il nostro territorio. L’abbiamo fatto in vari modi come, ad esempio, la dilazione dei pagamenti ai nostri clienti horeca, l’anticipo delle provvigioni ai nostri agenti, costanti webinar a supporto di clienti e della nostra rete commerciale. Senza dimenticare i 500.000 euro di liberalità conferiti alla nostra comunità in particolare per rispondere alle tante forme di disagio sociale che sono emerse in questa difficile fase anche nel nostro territorio.

E il futuro visto da Matteo Lunelli?

Oggi guardo al futuro con ottimismo anche se purtroppo è scontato che questa pandemia lascerà alcune cose irrisolte a partire dall’aumento delle disuguaglianze sociali con tutte le conseguenze negative che questa condizione determina in tutte le società. Sono però certo che la voglia di convivialità sarà ancor più forte rispetto al passato, e questo è un fattore determinante per lo sviluppo del consumo del vino, in particolare delle nostre amate bollicine che sono antitetiche ad ogni forma di distanziamento sociale.  Dobbiamo quindi essere pronti ad una ripartenza che a mio parere sarà fortissima e dovremo pertanto essere in grado di intercettare al meglio questa positività.

Sul fronte export la situazione si sta evolvendo a macchia di leopardo.

È vero, l’export si sta muovendo in relazione all’efficacia delle campagne vaccini nei diversi Paesi. Noi per esempio su questo fronte siamo un po’ in ritardo e questo potrebbe penalizzare anche il nostro export vitivinicolo ritardando, ad esempio, i viaggi dei nostri export manager sui mercati mondiali.  Partire anche tre mesi dopo la ripartenza di alcuni mercati significherebbe pregiudicare non poco l’esito del nostro export anche per il 2021. Per questa ragione mi chiedo se dopo aver giustamente vaccinato anziani e persone fragili, non sia arrivato il momento di pensare anche a quelle figure professionali che svolgono attività economiche strategiche per il nostro Paese. Al netto comunque di tutto questo continuo a considerarmi ottimista.

Molti parlano di una “nuova normalità” rappresentata da molti cambiamenti rispetto al pre pandemia. Qual è il suo punto di vista?

Valuto il cosiddetto “new normal” con molta pragmaticità: rimarrà ciò che potrà dare comodità e valore aggiunto. L’e-commerce, ad esempio, rappresenta un modello di vendita e distribuzione estremamente comodo, quindi sicuramente ce lo troveremo anche nel post pandemia, magari con livelli di sviluppo inferiori a quelli attuali. Qualche incontro con Zoom sicuramente ce lo ritroveremo anche nel prossimo futuro perché ci siamo resi conto che può essere uno strumento prezioso per mantenere più costanti i rapporti, ad esempio, con i nostri importatori. Molto probabilmente ci sarà una riduzione dei cosiddetti business travel vista la possibilità di mantenere i rapporti con i buyer anche a distanza, anche se per il presidio dei mercati sarà ancora necessaria la presenza sul campo dei nostri export manager. I viaggi di piacere, invece, sicuramente ripartiranno e questo è un aspetto fondamentale anche per lo sviluppo del business del vino.

Ferrari continua a rappresentare il principale protagonista dell’universo Trentodoc, quali sono le prospettive di questa denominazione dal suo osservatorio?

Assolutamente positive. Il Trentodoc ha tutte le caratteristiche ideali per avere successo. È un vino moderno, contemporaneo, ha un’identità specifica dettata dall’essere “bollicine di montagna”. Si sposa in maniera ideale alla socialità ed è perfetto per una miriade di abbinamenti a tavola, dai piatti più leggeri a quelli più eleganti e complessi. Senza dimenticare che il Trentodoc incontra perfettamente il gusto femminile ed oggi questo è un fattore chiave considerando come il consumo di vino da parte delle donne è in costante crescita e, addirittura, in Asia è superiore a quello maschile. In prospettiva penso vi siano ampi margini di crescita soprattutto sui mercati esteri ed è questo tra i motivi che ci ha portato a sposare per i prossimi tre anni un evento straordinario e internazionale come la Formula 1 che vede oggi coinvolti oltre 500 milioni di fans di tutto il mondo.

La sua azienda si è da tempo contraddistinta per una strategia di comunicazione capace di rompere i tanti schemi classici della promozione del vino. Perché è ancora così difficile, a suo parere, uscire da alcuni stereotipi comunicativi nel vino italiano?

Innanzitutto va sottolineato che per chi come noi produce “bollicine” è più facile uscire da certi schemi più tradizionali. Ferrari Trentodoc, ad esempio, è un brand che vuole esprimere emozioni positive, successo, positività. È più semplice, pertanto, trovare opportunità comunicative per emozionare. Inoltre dobbiamo essere coscienti che comunicare con modalità innovative, capaci di uscire dal solito recinto degli addetti ai lavori, significa fare investimenti importanti che non sono alla portata della maggioranza delle imprese del vino italiane, in gran parte di piccole se non piccolissime dimensioni. Infine, è indubbio, che per attivare strategie di promozione innovative per il vino italiano servono managerialità adeguate ed è questo il motivo che ci ha spinto anche in questi ultimi anni ad attingere a comparti diversi dal vino.


Warning: Illegal string offset 'ID' in /home/customer/www/winemeridian.com/public_html/wp-content/themes/winemeridian/template-parts/content/content-post-default.php on line 140