La prima giornata di Prowein 2026 a Düsseldorf, pur con numeri ridotti rispetto al passato, ha dimostrato vitalità e utilità concreta per il settore. Meno espositori italiani, da 1.700 a circa 500, ma qualità presente e operatori europei attivi. Un segnale che le fiere del vino devono evolversi, non scomparire.

C’è chi, con una certa ironia, lo ha già ribattezzato “Bonsai Prowein”.
Numeri ridotti, meno espositori, una presenza internazionale più selettiva. Eppure la prima giornata della fiera di Düsseldorf ha dimostrato qualcosa di molto diverso da ciò che qualcuno temeva: ci si può ridimensionare senza perdere senso, valore e utilità.

Anzi, proprio questa edizione — decisamente più contenuta nei numeri — sembra testimoniare una verità che il mondo del vino dovrebbe ormai accettare: le fiere non possono vivere disgiunte dalle dinamiche reali dei mercati e dai nuovi fabbisogni delle imprese.

Non possiamo continuare a ripetere che il mondo cambia e poi pretendere che tutto ciò che ruota attorno al vino rimanga immutato, nella speranza che tornino i fasti del passato.

A questo proposito mi ha colpito molto il commento di un produttore italiano incontrato tra gli stand:
“Fabio, se consideriamo questo Prowein come una prima nuova edizione, io sono totalmente soddisfatto.”

E forse è proprio questo il punto.
D’ora in poi dovremmo imparare a considerare anche le nuove iniziative del nostro settore come pagine bianche, da leggere e giudicare con occhi nuovi. Guardarle continuamente attraverso la lente del passato non solo è sbagliato, ma soprattutto inutile. Finisce solo per farci perdere energie.

Se invece proviamo a osservare il nuovo che avanza, è evidente che ci troviamo davanti a scenari ancora in parte poco chiari, non sempre facilmente interpretabili. Ma la cosa peggiore sarebbe reagire con paura o in modo irrazionale.

Nei prossimi giorni pubblicheremo un’intervista con un noto importatore internazionale che ci ha confidato una preoccupazione molto lucida:
la cosa più pericolosa che sta vedendo oggi nel settore è un’agitazione sconsiderata in molte imprese del vino. Aziende che cambiano interlocutori storici per poi tornare indietro, che provano un po’ di tutto senza una strategia chiara e pluriennale.

Ed è difficile non dargli ragione.
Perché le reazioni più pericolose in momenti di trasformazione sono spesso due — la paura e la rabbia — e non è raro che si muovano insieme.

Fortunatamente, almeno in questa prima giornata di Prowein, queste sensazioni si sono percepite molto poco.

È vero, alcuni buyer del Nord America e dell’Asia sono mancati all’appello.
Ma l’Europa si è fatta sentire con decisione. E questo forse ci suggerisce anche un’altra riflessione: il futuro potrebbe parlare sempre più il linguaggio di fiere più regionali, specializzate in determinate aree di mercato e rivolte a target più definiti.

Non è necessariamente una cattiva notizia.
È semplicemente la fotografia di un mondo che sta cambiando.

Se guardiamo ai numeri italiani, il passaggio è evidente: in pochi anni si è passati da circa 1700 espositori a poco più di 500. Qualcuno legge questo dato come la debacle di Prowein a vantaggio di Wine Paris. Ma sarebbe una lettura miope, e soprattutto poco utile.

Anche il tema delle presunte “guerre tra fiere” appare oggi sempre più anacronistico. È un gossip del vino che non porta da nessuna parte. La vera questione dovrebbe essere un’altra: capire come rendere gli eventi B2B del vino sempre più funzionali, utili e coerenti con il mercato, invece di limitarsi a sterili confronti numerici.

Se pensiamo che siano solo le dimensioni a contare, significa che stiamo ancora ragionando con la mente rivolta al passato.

Per questo esco da questa prima giornata di Prowein — che alcuni avevano già descritto come un possibile de profundisper la storica fiera di Düsseldorf — non solo rinfrancato, ma realisticamente ottimista.

La maggior parte dei produttori italiani incontrati qui in Germania rappresenta un fronte del vino italiano che non è soltanto resiliente. È un fronte che non si ferma davanti alle difficoltà, che continua a essere intraprendente senza perdere prudenza, capace di scegliere ciò che è utile e distinguere ciò che lo è meno.

Ma soprattutto emerge un altro elemento che vale la pena sottolineare.
La selezione che sta attraversando inevitabilmente anche il mondo del vino — dopo quasi quarant’anni di crescita straordinaria — colpisce soprattutto chi resta fermo. Chi attende il ritorno di un passato che non tornerà, o chi spera esclusivamente in aiuti esterni per ripartire.

Per fortuna questa è una minoranza.
E la prima buona notizia di questo Prowein è che questa minoranza qui non si è vista.


Punti chiave

  1. Prowein 2026 si ridimensiona ma mantiene valore e utilità concreta per gli operatori del vino.
  2. Il calo degli espositori italiani da 1.700 a 500 non è una sconfitta, ma un’evoluzione del settore.
  3. L’Europa compensa l’assenza di alcuni buyer nordamericani e asiatici, orientando il futuro verso fiere più regionali.
  4. Reagire con paura o agitazione è il rischio più grande per le imprese vinicole nei momenti di trasformazione.
  5. Chi resta fermo ad attendere il ritorno del passato è la vera minoranza penalizzata dalla selezione in corso.