La 58ª edizione di Vinitaly ha confermato la centralità della fiera per il vino italiano, ma ha anche rivelato fragilità strutturali difficili da ignorare. Tra intermediazione eccessiva, rincari nella ristorazione, attacchi culturali al vino e necessità di una moratoria sui mutui, il settore chiede spazi di confronto più trasparenti e una nuova visione condivisa.
Nell’editoriale di venerdì scorso – Vinitaly 2026: tra mercato in affanno e voglia di rinascimento – alla vigilia dell’inizio della 58a edizione di Vinitaly avevo scritto che non mi interessava indovinare in anticipo se questa sarebbe stata un’edizione brillante o deludente, bensì desideravo molto di più entrare in fiera per ascoltare, vedere, capire, raccogliere segnali reali da un settore che sta vivendo, a mio parere, la fase più complessa della sua storia “moderna”.
Per questa ragione avevo dato a tutti i nostri collaboratori un mandato molto preciso: non chiedete se Vinitaly sta andando bene o male ma cercate di farvi dire quali sono le loro preoccupazioni, quali sono i loro fabbisogni, cosa chiedono alle istituzioni ma anche al nostro mondo dell’informazione e della comunicazione del vino.
Ringrazio sinceramente tutti i collaboratori di Wine Meridian per aver cercato in tutti i modi di portare a casa quella che io purtroppo temevo fosse un mission impossible.
E in effetti così è stata.
Anche quest’anno, infatti, nonostante tutti i nostri sforzi le “verità” sono state in gran parte nascoste tra gli stand di Vinitaly e sarei un ingenuo se dicessi che ne sono sorpreso.
La kermesse veronese mette da decenni il vestito migliore del vino italiano e comprendo che quando si va ad una festa avere il muso lungo ti rende antipatico e poco ospitale.
Sono quindi ben consapevole che Vinitaly non sarà mai un contenitore dove ci si può confrontare con trasparenza, dove si possono affrontare le problematiche del settore, dove si può stimolare il mondo della politica, delle istituzioni a risposte chiare alle problematiche e non alle passerelle.
Per essere altrettanto chiari sono soddisfatto di questa edizione di Vinitaly dove, pur nelle difficoltà del momento, ho trovato aziende non spaventate, dinamiche, che in gran parte stanno cercando di individuare le soluzioni migliori.
In estrema sintesi la 58a edizione di Vinitaly è stata in gran parte positiva e mi prendo la responsabilità di interpretare gran parte delle opinioni delle imprese espositrici.
Liquido quindi in queste ultime poche righe la questione se Vinitaly riveste ancora un ruolo importante per il vino italiano, la risposta è semplice ed è si.
Rimane però aperta la domanda se può esserci o possono esserci altri “contenitori” dove si può affrontare anche la parte “oscura” del vino italiano, quella che comprendo non si possa facilmente evidenziare in eventi come Vinitaly. Anche se su quest’ultimo fronte lunedì pubblicheremo un interessantissimo articolo frutto di un incontro che ho avuto con il professor Attilio Scienza nell’ultima giornata della manifestazione. Sicuramente per me l’incontro più illuminante dal quale, tra le tante cose evidenziate dal bravissimo prof. Scienza, è emerso anche quello che potrebbe rappresentare Vinitaly.
Per Attilio Scienza, infatti, Vinitaly potrebbe diventare molto più di una vetrina: un luogo capace di dare al vino una visione comune, culturale prima ancora che commerciale.
A patto però che abbia il coraggio di trasformarsi in uno spazio che orienta, mette in relazione e prende posizione, invece di limitarsi alla rappresentazione del settore.
Vi consiglio vivamente di leggere le sue osservazioni nel mio articolo di lunedì perché hanno il respiro di un vero manifesto: non una semplice lettura del presente, ma una proposta di visione per il futuro del vino e di Vinitaly.
Un richiamo netto a superare frammentazione e autoreferenzialità, per restituire al settore una coscienza culturale più ampia e condivisa.
Tornando quindi a quanto si è detto sottovoce, tra le righe a Vinitaly e su questo fronte vi consiglio anche gli articoli scritti dai nostri bravi collaboratori (Vinitaly 2026: il buono, il brutto e il cattivo; Vinitaly: si parla tanto. Ma si dice poco; Conosci veramente il tuo cliente?), direi che si possono sintetizzare nelle seguenti problematiche: i rincari del mondo della ristorazione non sono più sostenibili; l’eccesso di intermediazione ha progressivamente eroso marginalità e sostenibilità lungo la filiera del vino, rendendo non più rinviabile un rapporto più diretto con il consumatore finale; gli attacchi al vino si sono fatti più frequenti e spesso poggiano su semplificazioni ingiuste.
Quest’ultima problematica per certi aspetti rappresenta forse uno dei fattori scatenanti dell’attuale disaffezione nei confronti del vino. Ma proprio per questo la sua difesa non può più ridursi a una risposta timida, impaurita, tutta schiacciata sul binomio vino-salute: il vino va rivendicato senza complessi, come fatto culturale, esperienza di socialità, linguaggio inclusivo e parte viva del nostro modo di stare insieme. Troppo spesso, infatti, il mondo del vino sembra parlare sulla difensiva, quasi chiedendo permesso; mentre altri mondi, come quello degli spirits, si raccontano con sicurezza e immaginario, il vino deve ritrovare il coraggio di dire ciò che è, senza paure.
Anche il tema dei cosiddetti vini ‘contemporanei’, molto evocato a Vinitaly, merita forse di essere sottratto al rischio di diventare l’ennesima formula buona per tutto. Perché contemporaneo non dovrebbe significare inseguire una moda, un posizionamento o una categoria stilistica – dai no ai low alcol, dai vini naturali a quelli più ‘piacioni’ – ma saper interpretare in modo credibile il tempo presente. Un vino contemporaneo è, prima di tutto, un vino capace di parlare ai consumatori di oggi con un linguaggio ampio e comprensibile, senza rinunciare alla profondità, e insieme di proiettarsi nel futuro. Non nega la nicchia, ma non si chiude in essa: vuole essere riconoscibile, raccontabile e percepibile anche da un pubblico più largo.
Essere contemporanei vuol dire anche non temere l’innovazione, come se dovesse necessariamente tradire identità e autenticità: può accadere l’opposto, e cioè che le renda ancora più evidenti e percepibili. Perché spesso dietro una certa idea di tradizione si nasconde più una pigrizia produttiva che una vera fedeltà alle origini, e così il rischio non è di apparire coerenti, ma solo vecchi.
Permettetemi un’ultima annotazione frutto di uno dei pochissimi incontri molto franchi con un produttore durante Vinitaly.
Di fronte alla crisi che sta colpendo non poche imprese del vino, inutile girarci intorno, il tema di una moratoria sui mutui merita di essere posto con urgenza e responsabilità. Negli ultimi anni, anche recentissimi, numerose aziende hanno sostenuto investimenti importanti facendo ricorso al credito, in uno scenario che non lasciava prevedere una fase così complessa. Per questo è auspicabile che il sistema bancario rifletta con attenzione: accompagnare oggi le imprese in una fase di difficoltà temporanea può evitare domani insolvenze, fallimenti e una perdita di valore che non riguarderebbe solo le singole aziende, ma anche i territori e le denominazioni di cui sono parte. È un tema che richiede approfondimenti seri e non più rinviabili.
Punti chiave
- Vinitaly resta fondamentale per il vino italiano, ma non è lo spazio giusto per affrontare le criticità strutturali del settore.
- L’intermediazione eccessiva erode margini lungo tutta la filiera: serve un rapporto più diretto con il consumatore finale.
- Il vino va difeso con orgoglio culturale, non solo sul fronte salute: serve più coraggio comunicativo, senza complessi.
- “Contemporaneo” non è una moda: un vino contemporaneo parla ai consumatori di oggi senza rinunciare a profondità e identità.
- Una moratoria sui mutui è urgente per salvare le aziende vitivinicole in difficoltà dopo anni di investimenti in credito.
















































