L’Argentina vinicola sfugge alla definizione di Nuovo Mondo. Da Mendoza a Salta, il Wine Tour 2026 rivela radici storiche profonde, legate alla scienza italiana e alla Scuola di Conegliano. Un sistema vitivinicolo costruito tra Ottocento e Novecento, con metodo e consapevolezza, che oggi si esprime attraverso un enoturismo maturo.
Questo editoriale nasce dal nostro primo Wine Tour 2026 in Argentina. Un viaggio pensato inizialmente per osservare da vicino l’evoluzione dell’enoturismo argentino e che, tappa dopo tappa, ci ha portati a rimettere in discussione categorie che usiamo con troppa disinvoltura quando parliamo di vino. Tra cantine, vigneti e conversazioni, è diventato evidente che l’Argentina sfugge alla definizione rassicurante — e riduttiva — di Nuovo Mondo.
Il percorso ci ha condotti dai grandi paesaggi vitati di Mendoza fino alla regione di Salta, dove la vite cresce in condizioni estreme, anche sopra i 3.000 metri sul livello del mare. Luoghi molto diversi tra loro, eppure legati da una stessa idea di viticoltura: un’agricoltura che non cerca scorciatoie stilistiche, ma lavora sul rapporto profondo tra ambiente, tecnica e tempo. È osservando questa coerenza, più che inseguendo un singolo vitigno o uno stile riconoscibile, che abbiamo iniziato a capire quanto il racconto del vino argentino richieda un cambio di prospettiva.
La viticoltura argentina non è giovane nel senso in cui spesso lo si intende. Non nasce negli ultimi decenni come risposta al mercato globale, né come imitazione rapida di modelli europei. Le sue radici affondano in una storia più lunga, che prende forma già tra la fine dell’Ottocento e l’inizio del Novecento, quando il Paese sceglie di costruire il proprio sistema vitivinicolo su basi tecniche e scientifiche solide. È un passaggio che coincide con uno dei momenti più complessi per l’Europa del vino, segnata dalla crisi fillosserica, e che permette all’Argentina di svilupparsi senza quelle fratture traumatiche che altrove hanno imposto ripartenze forzate.
In questo processo, il contributo italiano appare decisivo. Non tanto — o non solo — per la presenza diffusa di immigrati, ma per l’arrivo di un sapere strutturato, di una cultura della viticoltura come disciplina scientifica. La figura di Carlos Spegazzini è centrale in questo senso. Formatosi presso la Reale Scuola di Viticoltura ed Enologia di Conegliano, Spegazzini porta in Argentina, già nel XIX secolo, un metodo di lavoro fondato sull’osservazione, sulla sperimentazione e sull’adattamento dei vitigni ai contesti ambientali. Non si tratta di trasferire modelli in modo meccanico, ma di costruire conoscenza sul campo, in un territorio che impone soluzioni nuove.
La Scuola di Conegliano rappresenta, in questo senso, molto più di un riferimento formativo. È il simbolo di una tradizione italiana che considera la viticoltura una scienza applicata, capace di dialogare con l’agronomia, la botanica e la gestione del paesaggio. Questo approccio attecchisce in Argentina con sorprendente rapidità e contribuisce alla nascita di un sistema di insegnamento vitivinicolo locale che formerà generazioni di tecnici ed enologi. Guardando oggi ai vigneti argentini, soprattutto in regioni come Mendoza, si ha spesso la sensazione di trovarsi di fronte a un’idea di viticoltura più “pensata” che istintiva, più costruita nel tempo che guidata dall’urgenza del risultato.
È anche per questo che l’influenza italiana, sul piano scientifico e metodologico, sembra aver inciso in modo più profondo rispetto a quella francese, spesso evocata come matrice principale della viticoltura moderna. In Argentina, il vino non nasce tanto da un’imitazione stilistica quanto da un’impostazione tecnica che privilegia la comprensione del territorio. Un’impostazione che parla italiano, pur esprimendosi in un contesto completamente diverso.
Questa lettura trova una conferma autorevole nel lavoro di Julieta Gargiulo, storica della cultura del vino e accademica fondatrice dell’Academia Argentina de la Vid y el Vino. Nel suo libro Tras las huellas de Italia en América: Crónicas, lugares y personajes en torno a la cultura del vino, Gargiulo ricostruisce con precisione il ruolo svolto dall’Italia nella formazione della vitivinicoltura americana e argentina, mostrando come questa presenza non sia un dettaglio marginale, ma una componente strutturale. Le sue pagine aiutano a leggere il vino argentino come il risultato di un dialogo lungo e profondo con la cultura italiana del vino, fatto di persone, istituzioni e visioni condivise.
Tornando dal viaggio, ciò che resta è la sensazione che l’Argentina del vino vada raccontata con maggiore attenzione alle sue radici. Non come un territorio “nuovo” che ha trovato improvvisamente una voce, ma come un altro mondo, costruito con pazienza, metodo e consapevolezza. Un mondo in cui l’enoturismo contemporaneo, oggi così maturo, non è un artificio narrativo, ma l’espressione naturale di una storia che ha avuto il tempo di sedimentare.
Forse è proprio questo il punto: per capire davvero i vini argentini bisogna smettere di collocarli in categorie comode e iniziare a leggerli come il frutto di una traiettoria autonoma. Una traiettoria che passa anche dall’Italia, dalla sua scienza e dalla sua idea di viticoltura, e che continua oggi, tra Mendoza, Salta e le Ande, a parlare un linguaggio che non è né antico né nuovo, ma semplicemente coerente con se stesso.
Punti chiave
- L’Argentina vinicola non è “giovane”: le sue radici affondano tra Ottocento e Novecento, con un sistema costruito su basi scientifiche solide.
- L’influenza italiana è stata decisiva: la Scuola di Conegliano e figure come Carlos Spegazzini hanno portato metodo scientifico e viticoltura strutturata.
- Viticoltura “pensata” piuttosto che istintiva: l’approccio argentino privilegia comprensione del territorio e adattamento ambientale rispetto all’imitazione stilistica.
- Julieta Gargiulo documenta il legame italo-argentino: il suo libro ricostruisce il ruolo strutturale dell’Italia nella formazione vitivinicola americana.
- Enoturismo come espressione naturale: la maturità attuale del settore è frutto di una storia sedimentata nel tempo.












































