L’accordo commerciale UE-Mercosur scuote le cantine del Brasile: con l’azzeramento dei dazi previsto entro dieci anni, i produttori locali temono un’invasione di etichette europee favorite da sussidi e asimmetrie fiscali. Mentre il consumo globale cala, il Brasile diventa la nuova frontiera del vino, trasformando una sfida commerciale in una vera lotta per la sopravvivenza.

L’accordo commerciale UE-Mercosur è stato sottoscritto il 17 gennaio 2026 ad Asunción, Paraguay (dopo oltre 25 anni di negoziati) ma non è ancora pienamente in vigore. La Commissione Europea, guidata da Ursula von der Leyen, ha annunciato l’intenzione di procedere all’applicazione provvisoria dallo scorso 27 febbraio 2026, ma per la piena entrata in vigore dell’accordo è richiesta la ratifica dei parlamenti nazionali di tutti i Paesi UE e dei singoli Stati sudamericani (Argentina, Brasile, Paraguay, Uruguay) che dovrebbe avvenire nei prossimi 18-24 mesi.

Nel frattempo, in Brasile nelle cantine del Rio Grande do Sul e di San Paolo l’entusiasmo per l’apertura dei mercati lascia spazio a una crescente preoccupazione. Al centro della disputa c’è la progressiva eliminazione del dazio del 27% che oggi grava sui vini europei, una barriera protettiva che potrebbe sparire del tutto in un arco di tempo compreso tra gli 8 e i 10 anni.

Per i produttori locali, non si tratta solo di una sfida commerciale, ma di una questione di sopravvivenza in un mercato che sta diventando il nuovo “Eldorado” del vino mondiale.

La fine dello scudo doganale: i tempi della transizione

L’intesa prevede una tabella di marcia serrata: i dazi sui vini fermi europei saranno azzerati in otto anni, mentre per gli spumanti — segmento in cui la concorrenza francese e italiana è particolarmente agguerrita — il periodo di transizione arriverà a dieci anni.

Questa finestra temporale, sebbene possa sembrare ampia, è giudicata insufficiente dalle associazioni di categoria. Sette sigle brasiliane del settore vino hanno già inviato una lettera formale al governo federale chiedendo l’attivazione di meccanismi di salvaguardia. Il motivo risiede nella natura stessa della viticoltura: come sottolineato da Claudio Góes, presidente di Anprovin, il ciclo di investimento per un vitigno come il Cabernet Franc può richiedere fino a 10 anni dalla piantagione al primo imbottigliamento commerciale. Un cambiamento repentino delle regole del gioco rischia di rendere obsoleti progetti nati sotto un regime fiscale differente.

Un mercato in controtendenza: crescita locale vs crisi globale

Perché l’Europa punta con tanta decisione sul Brasile? La risposta risiede nei dati dell’Organizzazione Internazionale della Vigna e del Vino (OIV). Mentre il consumo mondiale di vino ha registrato una contrazione del 2,6%, il Brasile ha mostrato una vitalità sorprendente: tra il 2022 e il 2023, la domanda interna è cresciuta dell’11,6%, posizionandosi come il secondo incremento globale dopo la Romania. Con i mercati maturi (Europa e USA) ormai saturi o in declino, le grandi aziende europee vedono nel Brasile un bacino strategico.

Davide contro Golia: sussidi e asimmetrie

La critica più dura mossa dai produttori brasiliani riguarda la disparità strutturale. Se da un lato il Brasile sconta un carico fiscale elevato e un accesso limitato al credito, i produttori di Francia, Italia e Portogallo beneficiano di robuste politiche pubbliche e sussidi diretti che abbassano artificialmente il costo del prodotto finale.

Senza interventi compensativi – come sgravi fiscali o incentivi alla modernizzazione – le etichette brasiliane temono di non poter competere con la potenza di fuoco dei giganti europei. Un esempio emblematico è la scalata di Italian Wine Brands (IWB): il gruppo italiano ha quasi sestuplicato le proprie esportazioni in Brasile, passando dalle circa 82.000 bottiglie del 2022 alle oltre 473.000 del 2024.

Attualmente, il mercato brasiliano delle importazioni è dominato da Cile e Argentina, favoriti dalle regole del Mercosur. Tuttavia, l’Italia è già il quarto esportatore per volume e il quinto per valore, tallonando la Francia.

La sfida per il governo di Brasilia sarà quella di bilanciare i benefici dell’apertura commerciale con la necessità di proteggere un’industria nazionale che sta faticosamente costruendo la propria identità e qualità. La richiesta del settore è chiara: non barriere ideologiche, ma condizioni di parità.


Punti chiave:

  1. Azzeramento dei dazi doganali del 27% sui vini fermi europei entro 8 anni e sugli spumanti entro 10 anni.
  2. Richiesta di salvaguardie urgenti al governo brasiliano da parte delle associazioni di categoria per proteggere gli investimenti a lungo termine.
  3. Crescita record del mercato interno brasiliano, che segna un +11,6% a fronte di una crisi dei consumi nei mercati maturi.
  4. Asimmetria competitiva causata dai massicci sussidi pubblici di cui godono i produttori di Italia, Francia e Portogallo.
  5. Boom delle esportazioni italiane, con player come Italian Wine Brands che hanno già sestuplicato i volumi venduti in Brasile negli ultimi due anni.