Grazie a Michele Muraro, consulente italiano residente da alcuni anni a Shanghai ed esperto di mercato del vino in Cina, siamo venuti in possesso di una interessante indagine.

I risultati dell’indagine indipendente condotta da Nomfluence mostrano un’istantanea di come clienti ed operatori della ristorazione stanno vivendo l’epidemia di coronavirus.
L’emergenza ha messo in allerta la Cina e il mondo intero con 1.115 decessi e 45.183 casi di contagio accertati (dati aggiornati al 12/02/2020, ndr). La preoccupazione principale ora è la salute di coloro che sono stati infettati dal virus ma l’effetto sull’economia e sulle imprese non è di secondaria importanza.
In che modo i ristoranti sono stati colpiti dall’epidemia di coronavirus?
Il sondaggio è stato effettuato il 3 e 4 febbraio via WeChat (una social chat simile a whatsapp molto diffusa in Cina, ndr) ed ha coinvolto 475 clienti e operatori della ristorazione espatriati che risiedono a Shanghai.

Il sondaggio rivela che, durante il periodo pre-contagio, la maggior parte dei consumatori (37%) mangiava spesso al ristorante, almeno due volte a settimana (6-10 volte al mese) e più del 40% almeno tre volte a settimana.
La domanda seguente sorge spontanea, visto che molti ristoranti sono chiusi a causa delle nuove norme emanate dal Governo per contrastare il contagio.
Quante volte a settimana i consumatori si affidano ad un servizio a domicilio?
Il 48% ordina cibo a domicilio da 1 a 3 volte a settimana, il 42% utilizza i servizi di food delivery da 4 a più di 10 volte a settimana. Un chiaro segnale del fatto che i consumatori temono maggiormente il contatto con l’ambiente esterno piuttosto che quello col cibo.

Come si tutelano le persone dall’epidemia di coronavirus?
Più del 90% della popolazione di Shanghai ha scelto di cucinare a casa in questo periodo difficile ed incerto. Alcuni hanno combinato la cottura a casa con la consegna a domicilio (39%) e la cena al ristorante (20%).

L’indagine prende in esame anche le opinioni dei consumatori rispetto all’intenzione di tornare a mangiare in un ristorante dopo l’epidemia.
Sorprendentemente, il 42% pensa che la situazione sia già abbastanza sicura per tornare a mangiare fuori.
Quello che alla lunga potrebbe danneggiare i ristoranti è il 20% che dichiara di voler tornare solo dopo la dichiarazione ufficiale del Governo sulla bonifica totale di Shanghai, sanata dal virus.
Almeno il 45% delle persone pensa che ci vorrà un mese o più prima di poter tornare al ristorante.

Il giorno di San Valentino (14 febbraio) sarà uno dei principali eventi gastronomici dell’anno, un barometro affidabile per verificare ancor più concretamente la fiducia dei consumatori.
Solo il 15% ha dichiarato che si recherà in un ristorante per San Valentino, il 35% cucinerà a casa e più della metà degli intervistati (51%) non farà nulla di particolare. Questo quadro delinea chiaramente un mese duro per la ristorazione.

Per quanto riguarda gli operatori (titolari e chef) il sondaggio ha evidenziato il desiderio di aprire il prima possibile, ma la maggior parte (37%) prevede che il business tornerà alla normalità solo a maggio 2020.
Tuttavia, molti sono incerti (28%) e solo il 22% si attende che gli affari tornino alla normalità entro marzo, mentre il 13% è più cauto e si aspetta una effettiva normalizzazione solo dopo luglio.
Marzo è di solito un ottimo mese per i ristoranti di Shanghai. Dopo il Capodanno cinese, è il mese in cui le persone tornano alla loro routine. Qual’è dunque l’aspettativa degli operatori della ristorazione per il mese di marzo?
Le previsioni sono pessime: il 76% degli operatori della ristorazione ritiene che i ricavi per marzo 2020 saranno in calo rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente almeno del 50% (35%) o più (41%). Solo l’11% degli intervistati dichiara che non ci saranno sostanziali flessioni.

Previsioni drammatiche ma purtroppo realistiche, resta il fatto che è necessario adottare misure per sopravvivere sino a quando l’emergenza non sarà scemata e normalizzata.
Le strategie messe in campo dagli operatori (titolari e chef) sono molteplici. La maggioranza farà affidamento a concessioni di locazione (85 menzioni), alcuni ridurranno il personale o le ore di lavoro (50 menzioni).
Altri operatori hanno dichiarato che limiteranno il menù (35 menzioni) e le ore di operatività (34 menzioni), faranno più consegne a domicilio (15 menzioni) e promozioni (15 menzioni).
Un numero residuo agirà diminuendo gli stipendi (3 menzioni) e ritardando i pagamenti ai fornitori (3 menzioni).
Pochi purtroppo hanno dichiarato di voler investire maggiormente sulla trasparenza riguardo alle misure igieniche (5 menzioni).

Si profila chiaramente un periodo di crisi piuttosto lungo per l’industria del F&B (Food & Beverage). Gli ultimi due anni non sono stati oggettivamente positivi e il rallentamento degli affari era già in atto prima dell’epidemia.
L’impatto del Covid-19 (sigla scientifica che identifica il Coronavirus) sui ristoranti di Shanghai è già pesante e con molta probabilità gli effetti si prolungheranno per mesi, non ci sarà una ripresa rapida.

Da un’analisi conclusiva e complessiva, scaturiscono elementi significativi e sorprendenti.
Le previsioni degli operatori della ristorazione paiono essere più pessimistiche rispetto a quelle dei consumatori.
Come abbiamo potuto constatare, questi ultimi ritengono che la situazione sia già abbastanza sicura per tornare a mangiare fuori (42%), mentre solo il 9% ritiene che bisognerà aspettare 2 mesi o più.
Controtendenza l’opinione dei ristoratori i quali prevedono che si tornerà alla normalità solo a maggio 2020 (37%) o addirittura dopo luglio (13%).
C’è quindi una maggior fiducia da parte dei consumatori ma il contatto con il business, il polso reale della situazione in questo momento critico chi ce l’ha? Gli operatori, probabilmente.