Ultimamente gli stiamo dedicando molte attenzioni, poiché non vogliamo lasciarci sfuggire la possibilità di osservare la frenetica evoluzione di questo mercato e dei suoi consumatori. Stiamo parlando, naturalmente, del Giappone, meta indiscussa per gli affari nel mondo del vino dell’ultimo decennio.
Di recente Agrifood Monitor, in partnership con Nomisma e CRIF, a seguito del IV Forum tenutosi presso il Palazzo di Varignana lo scorso 10 giugno, ha rilasciato dei dati molto interessanti inerenti al mercato giapponese, che ci sembra doveroso riportare ai nostri lettori.
con un valore superiore ai 57 miliardi di euro, il Giappone rappresenta il quinto mercato al mondo per import di prodotti alimentari, fra i cui fornitori rientra l’Italia. Al momento il Made in Italy alimentare pesa poco, l’1,5% sul totale, ma la crescita è indiscutibile: nell’ultimo anno l’import di vino italiano è cresciuto ad un tasso medio annuo del 4%. I principali concorrenti restano gli Stati Uniti, l’Australia e i Paesi Asiatici, ma grazie all’accordo di libero scambio entrato in vigore dal 1 febbraio 2019 tra UE e Giappone, i prodotti italiani sono diventati più competitivi, grazie all’abbattimento di dazi e barriere non tariffarie. Nel corso dell’ultimo decennio il valore degli acquisti dal nostro Paese sono passati da 537 a 865 milioni di euro, denotando una crescita superiore al 50%. Crescita che ritroviamo anche nei primi dati relativi al 2019. Nel primo quadrimestre di quest’anno infatti, le importazioni di prodotti agroalimentari italiani (nell’immagine in fondo all’articolo trovate le principali regione italiane di provenienza) in Giappone sono cresciute di quasi il 13% rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente, rispetto ad una media di mercato che ha visto aumentare l’import totale di food&beverage di circa il 9%.
l’Italia si qualifica come paese più rappresentativo del food di qualità, surclassando Francia e Stati Uniti, ovvero gli attuali maggiori fornitori nel mercato.
“tradizionalisti cauti”, che dalla survey occupa il 48% del totale. A seguire, il gruppo, al 36%, dei “millennials sperimentatori”, ossia giovani dai 18 ai 38 anni, curiosi, aperti alle novità ed attratti dalla cultura occidentale. Terzo segmento: i “giramondo spensierati” (il 10%), consumatori della Generation X dai 29 ai 54 anni, la cui capacità di spesa è decisamente più alta rispetto alla classe più giovane. Sono attratti dal conoscere nuove culture, amano viaggiare e sono conquistabili tramite internet, degustazioni, cooking show, abbinamenti cibo e vino, secondo il report. Il quarto segmento al momento è il più debole (al 6%) ed è quello dei “salutisti consapevoli”, ovvero i baby boomers dai 55 ai 65 anni, tendenzialmente con reddito alto e grande attenzione per provenienza ed aspetti salutistici.
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