La prova innegabile che qualcosa in Champagne stia cambiando ce la danno i numeri. The Drinks Business riporta che alla fine del 2020 i produttori biologici erano 420 su 1.925 ettari di vigneto di cui 1.366 ettari in conversione. Secondo i dati di Agriculture Biologique, nel 2013 si registravano solo 19 produttori su 400 ettari, l’1% della produzione totale.

La viticoltura biologica oggi occupa il 5,8% della Champagne e se fino a qualche tempo fa la forza trainante era il numero relativamente piccolo di récoltant manipulant, oggi il Comité interprofessional du vin de Champagne (CIVC) che ha creato al VDC, certificazione di viticoltura sostenibile, incoraggia anche le grandi maison a percorrere la strada della certificazione che dovrebbe esser completata per tutto il territorio della Champagne entro il 2030.

I pionieri di una viticoltura rispettosa del pianeta terra hanno i nomi di Vincent Laval a Cumières, Jean-Pierre Fleury a Courteron – Côte des Bar -, e di Pascal Leclerc-Briant. Vincent Laval, un vero e proprio antesignano in materia, scelse l’approccio “sostenibile” nel lontano 1971. In vigna e in cantina tutto doveva essere il più “naturale” possibile. Per Leclerc Briant si parla addirittura di biodinamica. Il marchio risale al 1872: già ai tempi Lucien Leclerc lavorava per ridurre l’impronta di carbonio. Dal 2020 le sue bottiglie pesano 835 grammi rispetto ai precedenti 900. Didier Doué, membro dell’associazione degli Champagne biologici, si sta concentrando invece su un lavoro di vinificazione parcellare per poter esprimere al meglio il valore di ogni singolo vigneto. A Montgueux, le sue viti di circa 45 anni – naturalmente bio – danno vita a 20.000 bottiglie che identificano chiaramente il profilo aromatico della sua terra.

Un trend in crescita costante, un fermento positivo che oggi include anche le grandi maison e che punta a eliminare entro il 2025 l’uso di tutte le sostanze chimiche. Mumm & Perrier-Jouët stanno sperimentando l’agricoltura rigenerativa, lavorano la terra con colture di copertura tra filari di vite per favorire la fertilità del suolo; Ruinart ha scelto un eco-packaging totalmente biodegradabile che si traduce in una diminuzione del 60% dei gas serra; Bollinger ha puntato sulla biodiversità ottenendo nel 2012 la prima certificazione HVE (High Enviromental Value) e nel 2014 Viticulture durable en Champagne.

È innegabile che oggi una delle grandi difficoltà arrivi proprio dal climate change; il doversi adattare a estati torride con punte di calore, periodi di piogge intense e concentrate, dannose gelate primaverili, alla siccità, richiede una trasformazione rapida. Diventa indispensabile fare un salto di qualità, guidati dall’esperienza e dall’osservazione di annate come la 2018 e la 2019, eccezionali per l’assenza di malattie e patogeni in vigneto. Anche il 2020 è stato un anno positivo: nonostante la crisi pandemica e il calo delle vendite, si è registrato il record in termini di conversione all’agricoltura biologica.

Il 2021 ha portato tutte le preoccupazioni di chi ha scelto di essere green: maltempo, muffe e botrite, come afferma Pascal Doquet, Presidente dell’ACB (Association des Champagnes Biologiques), complicano e di molto il lavoro in campagna.

Essere biologico diventa difficile e oneroso, richiede più tempo e perdite del raccolto fino al 50%. Anche il rendimento cambia sensibilmente: se in convenzionale si fanno 20.000 kg/ha, in biologico diventano 12.000 e anche 6.000 se il clima non è clemente. È chiaro che parliamo di ettari di terreno in cui c’è vita, il suolo ha una diversa fertilità, e anche se ancora molti Vigneron non sono completamente biologici – vogliono preservarsi la possibilità di intervenire convenzionalmente per ridurre tutti i rischi – grandi passi avanti sono stati fatti. Bisogna saper accettare i rischi, a protezione dei quali però c’è un salvagente, un sistema di riserve che equivalgono all’80% di una resa regolare; un livello che stiamo cercando di elevare”.

Sta crescendo anche l’interesse dei grandi brand come Lanson, Canard Duchene con le sue 150.0000 bottiglie o Louis Roederer con dieci ettari certificati Demeter dal 2004 ed altri 122 in conversione dal 2018. Anche Vranken Pommery Monopole, come Moët Hennessy che in Provenza sta facendo dei suoi 68 ettari il faro della sostenibilità -, è in conversione con 175 ettari dei 285 ettari totali. Un’esperienza traslata anche per loro dall’impegno in Camargue e Provenza dove hanno quasi 2.000 ettari in conversione. Ruinart, gruppo LVMH, ha annunciato di voler destinare 40 ettari di vigneto della sua tenuta storica Taissy a un progetto pilota sulla biodiversità realizzato con Reforest Action.

Anche il gigante Pernod Ricard, che possiede sia Perrier-Jouët che G.H. Mumm, sta lavorando a progetti di sostenibilità in Côte des Blancs, in Montagne de Reims e nella Valle della Marna. L’approccio è di sperimentazione nell’ambito dell’agricoltura rigenerativa. Un lavoro che guarda al suolo, alla sua vitalità, al suo ecosistema, ai suoi nutrienti. Suoli meno compatti e meno asfittici, inerbiti e ricchi di azoto, favoriranno la produzione di un’uva sana e un vino di alta qualità. Il terreno rinforzatosi richiederà sempre meno l’uso di fertilizzanti, e col tempo cambierà la mentalità di chi crede che i pesticidi siano la panacea di tutti i mali.

Quello che si coglie è un cambiamento ad ampio raggio: si parla di sperimentazioni agroforestali, di piantumazioni di diverse specie di alberi compatibili con la vigna, una leva ancora più grande per l’avvicendamento tra convenzionale e biologico. Progetti valutabili tra non meno di 15 anni, sperando che rapidamente si possa mettere una pezza ai danni fatti sino ad oggi.