Le lancette dell’orologio scorrevano a rilento, quasi a dare l’impressione che il tempo, prima sempre sfuggente, si fosse cristallizzato per sempre.

La quarantena che abbiamo vissuto, come uomini e come imprese, ha ridisegnato i confini di questa dimensione in cui siamo avvolti sin dalla nostra nascita.

Il lockdown e la relativa crisi vissuta, e che vivremo ancora, ha alterato ad esempio la canonica linea del tempo, intaccando la percezione del futuro che prima ci sembrava così solida e garantita.

Quanti progetti abbiamo costruito senza includere la variabile di un futuro incerto? Senza inserire la possibilità di un evento capace di precludere i risultati attesi? Quante volte abbiamo invece procrastinato qualcosa pensando di avere tutto il tempo del mondo a nostra disposizione?

Questo abuso del futuro, per citare lo scrittore Stefano Massini, ha portato avanti per troppo tempo l’illusoria speranza di poter prevedere tutto quando invece così non è.

Già il filosofo, matematico e docente di Scienze dell’incertezza Nassim Nicholas Taleb ci aveva esortati ad essere più attenti ai cosiddetti cigni neri, quegli eventi imprevedibili capaci di scardinare convinzioni, progettualità ed equilibri in un sol colpo. Tralasciando che il virus causa di questa crisi era in un certo qual modo prevedibile e meglio identificabile come un cigno grigio, quali sono gli insegnamenti che potremmo trarre da questo periodo relativamente alla nostra gestione del tempo?

Sicuramente dovremmo imparare a progettare includendo sempre possibili eventi di crisi, ad esempio usando modelli e processi Agili (un vero e proprio modello di project management), capaci di suddividere il lavoro in pacchetti di lavoro di piccole dimensioni, con conseguente abbattimento dei rischi. Il metodo è molto più flessibile di altri e permette di adattarsi bene ai cambiamenti che si possono presentare in corso d’opera.

Un altro consiglio sarebbe quello di imparare a vivere più in questo momento presente. Non lo diciamo in senso generale, spesso vittima di speculazioni troppo inflazionate, ma in veri e propri termini pratici. Nelle imprese si parla spesso di goal, obiettivi e risultati attesi (per carità, tutti elementi imprescindibili per la sopravvivenza e lo sviluppo di impresa), ma quanto siamo capaci di chiederci come stiamo? Quali siano le sensazioni vissute nel presente? La felicità è una dimensione, come quella del benessere e della sicurezza, che dovrebbe entrare sempre più a pieno titolo nelle aziende. Un imprenditore che non pone queste domande ai suoi collaboratori e a se stesso, oltre a non scorgere l’evidente connessione con le performance di impresa e il relativo fatturato, perde il senso della realtà, intrappolato in un perpetuo rimando dell’emozione della felicità tanto ricercata, sia come lavoratori che come esseri umani.

– Non di meno, andando sull’altro versante, per molte imprese, così come persone, è emersa la necessità di ridefinire le proprie priorità. Il datao più interessante è che forse, per molte di queste, si è evidenziato non tanto un cambiamento, quanto più una vera e propria valutazione delle stesse, che prima era mancante. Se chiedessimo a persone, professionisti o titolari d’azienda di indicarci le tre grandi priorità della loro vita e del loro lavoro siamo quasi certi che qualche impasse si verrebbe a produrre. Questo forse perché, essendo di sovente immersi in un flusso di continue urgenze, fatichiamo a chiederci cosa sia davvero importante. Quale sia, per usare un collegamento con la teoria di Pareto, quel 20% che ci permette di ottenere l’80% di ciò che davvero conta. Un semplice esercizio che dovremmo imparare a compiere con una certa regolarità, visto che tutto è in costante mutamento. Questo ci riporta inevitabilmente ad un altro concetto legato al tempo, quello di efficienza. Imparare cioè ad ottenere i risultati aspettati tenendo conto però anche delle risorse impiegate, ad esempio quella del nostro tempo.

Per concludere, prendendo spunto dai dati emersi rispetto allo smart working, non sarebbe da escludere anche una rivalutazione della distribuzione del tempo di vita e tempo di lavoro, forse troppo accentrato nella seconda dimensione e incapace di permetterci un buon uso della prima. Eppure progetti sperimentali di riduzione delle ore di lavoro così come analisi della soddisfazione e della performance di collaboratori posti nella condizione di suddividere meglio le ore professionali con quelle più vicine a casa parlano chiaro: i risultati portano nella maggior parte dei casi benefici sistemici, capaci di soddisfare tanto collaboratori quanto titolari d’impresa, con ricadute positive anche sull’ambiente e su diversi costi sociali.