Premessa necessaria per introdurre il tema spinoso recentemente sollevato da Vine Pair riguardo al vino naturale o a basso intervento che, oltre a non avere una precisa regolamentazione legislativa, non trova neanche un significato univoco. Il linguaggio del vino, come la maggior parte del nostro linguaggio, non è regolamentato. Secondo la dott.ssa Marjorie Pak, docente di linguistica presso l’Università di Emory ad Atlanta “Le parole finiscono per significare solo ciò che la comunità accetta passivamente significhino. È quindi del tutto normale che le persone non siano d’accordo esattamente su cosa significhi una parola e se è appropriato usarla in questo o quel contesto”.

Che cos’è il vino naturale?

Che cosa s’intende per “naturale”? Dettagliando la definizione si può forse parlare di pratiche agricole biodinamiche, una viticoltura esente da pesticidi e additivi, fermentazione spontanee senza aggiunta di lieviti selezionati, nessuna filtrazione o collaggio, zero solfiti aggiunti. “Il vino più eccellente è quello che ha dato piacere per le sue proprie qualità naturali, nulla deve essere mescolato con esso che possa oscurare il suo gusto naturale” scriveva il romano Columella nel trattato sull’agronomia De Re Rustica, una frase in cui è riassunta l’essenza di ciò che si potrebbe intendere per “vino naturale”.

Il professore Attilio Scienza nel suo libro “La stirpe del vino” parla di amicizia millenaria tra la vite e l’uomo e di un processo di domesticazione che può essere visto come un rapporto simbiotico fra uomo e pianta: il primo impara a cogliere, apprezzare e coltivare i frutti, mentre la pianta cresce e prospera sotto le cure dell’uomo, adattandosi alle sue esigenze. Decade in questo modo la distinzione fra prodotto di natura (una buona trovata del marketing a supporto dei prodotti biologici!) e prodotto ottenuto tramite la manipolazione umana (…). La presenza di migliaia di vitigni nella viticoltura europea testimonia il contributo essenziale ricoperto dai popoli che le hanno domesticate”.

Vino naturale o a basso intervento? Sono in molti tra produttori, sommelier, addetti ai lavori, ad avere problemi con entrambi i termini preferendo forse la più esaustiva parola “vino a basso intervento”. Il problema è che il primo termine non significa nulla e non vi è alcun regolamento o legislazione riferita alla parola. Secondo l’autrice e studiosa di lingue Amanda Montell, la parola “naturale” è ovunque nella bellezza del mondo. Il secondo termine è al contrario più descrittivo, più informativo.

Per la distribuzione italiana di vini naturali Arkè la maggior parte dei produttori di vino di qualità si vedono non interventisti, o naturali. “Essi cercano di utilizzare il minor numero di additivi possibili e la minor manipolazione possibile. Ma la maggior parte di loro si devono compromettere, a un certo punto. Dove e perché si compromettano dipende da ciò che stanno cercando di raggiungere e quanto sono disposti a rischiare per raggiungerlo. Quindi dobbiamo essere il più possibile chiari quando vogliamo spiegare che cosa intendiamo per vino naturale”. Quando si tratta di usare la parola “vino a basso intervento”, Rachel Signer – Natural Wine Journalist -afferma che è un termine colmo di sfumature negative. “È un termine di marketing – afferma -, una specie di insulto al vino naturale”.

Isabelle Legeron, la fondatrice di Raw Wine, una delle fiere più belle di artigiani di vino di qualità, naturale, biologico e biodinamico, di vini puri e rispettosi del pianeta, vede la questione in modo più concreto. “Oggi è l’agricoltura l’aspetto più importante da prendere in considerazione perché c’è un’intera generazione di giovani bevitori che pensano al vino naturale solo perché di moda. Nessuno dà peso a cosa sta succedendo alla natura, alla campagna, alle viti, al terreno o agli insetti, alla biodiversità in generale”.

Tentare di definire “naturale” e “basso intervento” è piuttosto inutile secondo il co-fondatore di LaLou, Dave Foss, che riassume bene la situazione quando dice che ci sono alcuni produttori di vino “naturale” anche molto popolari che aggiungono qualche solfito e alcuni vignaioli che si identificano come “a basso intervento” che non aggiungono niente.
Tuttavia il compianto contadino e libero pensatore Stefano Bellotti di “Cascina degli Ulivi”, tra i primi “resistenti naturali” d’Italia sosteneva: “L’agricoltura non è natura. L’agricoltura è fuori dalla natura. L’agricoltura è lecita se ricostruiamo ogni giorno l’equilibrio che abbiamo rotto, facendo agricoltura”.

Un linguaggio dunque che permane divisivo dove le parole, come dicevamo all’inizio, significano solo ciò che la comunità accetta. Il movimento del vino naturale non può più accontentarsi del suo stesso linguaggio, poco esaustivo rispetto al manifesto dei propri intenti.