Conosco Andrea Zanfi da un sacco di anni, non mi ricordo nemmeno più da quanti. Ci siamo persi e ritrovati spesso, come capita a chi si vuole bene pur essendo molto diversi. Ed è stata questa diversità che probabilmente ci ha consentito di mandarci serenamente a quel paese (più lui che io) ma poi trovare sempre il piacere e i motivi per riconciliarci.

Andrea è il più grande produttore di parole sul vino italiano. Basta guardare la sua monumentale opera editoriale per trovare conferma della mia affermazione.

A scritto così tanto di produttori, di territori del vino, di vini che talvolta ho temuto che nessuno o pochi avrebbero avuto la forza di leggere tutta questa incredibile produzione.

Il bello di Andrea è che non ha mai avuto e mi sembra che tutt’oggi non abbia, la sindrome del non essere letto.

È questa sua libertà di pensiero che l’ha portato a “sbattersene” letteralmente del giudizio altrui.

Sarà per quello spirito anarchico maremmano, sarà perché la vita l’ha portato a sperimentare diverse esperienze, ma lui va sempre dritto per la sua strada incurante di quanto gli altri possono pensare di lui.

Spesso ho invidiato ad Andrea questa sua “indifferenza” al giudizio altrui che gli ha consentito, tra l’altro, di non aver nessun complesso nei confronti di alcuni soloni della penna enologica che realizzando nemmeno un decimo della sua produzione editoriale sono velocemente entrati nel cosiddetto mainstream della comunicazione vitivinicola italiana.

Oggi voglio affermare, evitando quei patetici e inutili riconoscimenti post mortem (Andrea sei autorizzato a toccarti dove sai), che Andrea Zanfi è il miglior scrittore di vino italiano.

E se qualcuno non avesse ancora letto nulla di lui gli consigliamo vivamente di iniziare dalla sua ultima fatica editoriale (come si dice in gergo) che per certi aspetti, almeno a mio parere, testimonia anche il livello di maturità che ha raggiunto questo ragazzo di settant’anni: “Essenze, leggende e storie dell’anno zero del vino italiano” (acquistabile dal sito www.bubblesitalia.com).

È un libro semplicemente fantastico perché riassume, secondo me come nessuno mai è riuscito a fare, i valori del vino italiano, ma anche i suoi perduranti limiti, raccontati da 43 protagonisti della nostra storia vitienologica, da Attilio Scienza ad Alcibiade Zecca, passando da Emilio Pedron, Gino Lunelli, Ambrogio Folonari, Piero Antinori, tanto per citarne alcuni.

Ma in perfetto stile Zanfiano non c’è nessuna forma edulcorata, anzi mai come questa volta la crudezza maremmana emerge, e il racconto che ne emerge, anche attraverso le parole dei diversi protagonisti, nel bene e nel male racconta in maniera trasparente la bellezza ma anche le “miserie” del sistema vitivinicolo italico.

Nei racconti dei protagonisti, infatti, emerge chiaramente come si passi da coloro che hanno passato la loro vita professionale a guardarsi allo specchio, pur facendo sul piano produttivo cose egregie, altri che invece hanno avuto il coraggio di non nascondersi e di raccontare anche la parte meno bella della storia del vino italiano.

E’ questa eterogeneità che in qualche modo dimostra anche le tuttora tante contraddizioni del vino italiano. Contraddizioni che Andrea Zanfi attribuisce di fatto alla tenera età del nostro vino, alla se vogliamo ancora notevole immaturità del nostro sistema imprenditoriale.

Affermare che siamo all’anno zero, però, deve oggi apparire come una buona notizia perché se nonostante la gioventù innegabile del nostro sistema vitivinicolo qualcosa di buono, talvolta anche parecchio buono, siamo riusciti a fare non possiamo non dirci ottimisti.

Per questo leggendo le belle pagine del libro di Andrea alla fine ne sono uscito rincuorato. Quella bella sensazione che c’è ancora tanto da fare, che nessuno può dichiararsi arrivato nemmeno se porta nomi importanti che un tempo, retoricamente, avremmo definito “quelli che hanno fatto la storia del vino italiano”.

Ecco, si potrebbe affermare che Andrea finalmente una volta per tutte con questo libro toglie lo scorretto aggettivo di “storico” al vino italiano. 

Questo non deve offendere nessuno, tutt’altro è infatti l’unico modo che ci può consentire finalmente di crescere in maniera corretta senza più rincorrere scorciatoie, speculazioni, ma ricercando e investendo con coraggio nella vera e autentica identità delle nostre terre del vino.

Viva quindi l’anno zero del vino italiano!


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