“La scienza ed i suoi pregiudizi: quali le conseguenze per la viticoltura?”, è l’accattivante titolo del seminario tenuto dal prof. Attilio Scienza, uno dei maggiori ricercatori in campo vitivinicolo a livello internazionale, all’ultima edizione di wine2wine.
Per comprendere un errore che tuttora viene perpetrato in viticoltura, bisogna partire dalle origini della sistematica, nel XVIII secolo. Linneo, l’ideatore della nomenclatura binaria, con questo sistema mise le fondamenta all’identificazione delle differenze tra gli individui. Darwin, rielaborando le idee del predecessore, ne rimosse la base creazionista, mantenendo però inalterati gli altri concetti.
Classificando le specie, si ottiene inevitabilmente una gerarchizzazione in esseri di serie A e di serie B. Ciò si riflette anche nel mondo viticolo, in cui le cosiddette viti “americane” sono ritenute inferiori a quelle “europee”.
Tutto quanto detto fino ad ora è stato smentito con l’avvento della genomica: si è individuato un modo di fare tassonomia basandosi sul patrimonio genetico delle specie, abbandonando il metodo fondato sull’aspetto esteriore che spesso ha tratto in inganno chi ha classificato le viti. Di conseguenza, è stato scoperto che, come ha ribadito più volte Scienza, “non esistono le specie, esistono le popolazioni”.
Si tratta dello stesso concetto espresso da Wallace, contemporaneo di Darwin, il quale suppose per la prima volta un rapporto tra l’evoluzione degli organismi e l’area geografica in cui si trovano. Il suo successo, tuttavia, non arrivò mai.
La realtà è che il genere Vitis ha origine in America e la speciazione è avvenuta grazie alle varie condizioni ambientali presenti nel continente. Di tutte le specie diverse ottenute si sono selezionate quelle resistenti alle malattie. Un perfetto esempio di adattamento alle condizioni ambientali di una zona geografica. Per questo motivo le viti americane sono resistenti.
Quindi, le viti americane e quelle europee hanno la stessa origine genetica. Si sono diversificate per una speciazione simpatrica, causata dall’assenza, nel vecchio continente, del roditore che diffonde i semi di quella americana, per cui non si è più diffusa dopo il suo arrivo. Altrimenti, tutt’ora si avrebbe la vite americana in Europa.
In questo modo, Scienza ha dimostrato che la discriminazione nei confronti della vite americana non è giustificabile e non ci si dovrebbe pensare due volte ad ibridarla con i vitigni europei per conferirgli la resistenza alle malattie. Invece, ci si continua ad ostinare a propagare la vite per talea, interrompendone il flusso evolutivo ed impossibilitandone l’adattamento ai cambiamenti ambientali.
I vitigni resistenti ibridi produttori diretti, giudicati pessimi a causa delle “puzze” che portano nel vino, erano la prima generazione dell’incrocio tra vite americana ed europea. Ora, invece, si trovano figli di quinta generazione, in cui la quota del patrimonio genetico di vite americana è molto piccola, però contiene le informazioni necessarie per attivare la resistenza della pianta.
Come conclusione del ragionamento del professor Scienza, pare ovvio che il problema alla base del rifiuto dei vitigni ibridi sia di mera natura antropologica. Il vino è sempre stato associato all’idea di purezza, quindi l’uomo non accetta che possa essere “sporcato” con delle viti tradizionalmente di pessima reputazione. Bisogna superare il negazionismo che limita il progresso.
Le implicazioni di questo passaggio mentale che dovrebbe fare il genere umano sono quelle di una drastica riduzione dell’utilizzo dei fitofarmaci, obiettivo – secondo Scienza – non altrimenti raggiungibile con tecniche colturali quali il biologico o il biodinamico.












































