La Fairtrade Foundation lavora a fianco delle aziende vinicole del Sud del mondo per garantire condizioni economiche e commerciali più eque tra agricoltori e acquirenti e per proteggere i diritti dei lavoratori. Sarah Singer, senior supply chain manager, sottolinea che la collocazione geografica dell’organizzazione viene decisa in base ad alcuni parametri: “Per determinare quali paesi possono essere inclusi, Fairtrade considera fattori come il reddito pro capite, la disparità di ricchezza, altri indicatori economici e sociali. Le cooperative che comprendono la maggior parte dei produttori di vino in Cile e alcuni in Argentina, devono soddisfare i nostri standard relativi ai piccoli produttori. Le cantine in Sudafrica devono soddisfare gli standard relativi alle assunzioni.
Nonostante il focus geografico di Fairtrade, i problemi di sfruttamento dei lavoratori dei vigneti non sono esclusivi del Sud del mondo. Lo scorso settembre, un’indagine dell’Europol ha portato a otto arresti in Francia e quattro in Spagna per traffico e sfruttamento dei lavoratori nei vigneti, mentre un documento del 2018 pubblicato dal German Institute for Economic Research ha evidenziato l’associazione tra crimine organizzato e lavoro migrante nei vigneti del nostro Sud Italia.
Wine Business International descrive la vicenda di Yvan Sagnet, un lavoratore vittima del caporalato che ha vissuto il problema in prima persona.
Ora Sagnet, attraverso la sua Associazione No Cap (che si occupa di diritti dei lavoratori agricoli, lotta al caporalato, consumo consapevole, legalità, filiere etiche, prezzi equi, agricoltura sostenibile, emersione del lavoro nero e grigio in agricoltura e lotta allo sfruttamento) sta affrontando lo sfruttamento dei lavoratori agricoli nel Bel Paese.
“Purtroppo il problema non è affatto limitato al Sud d’Italia. È a livello nazionale e colpisce due lavoratori su tre nel settore agricolo, compresa la raccolta dell’uva” evidenzia Sagnet “questi lavoratori, spesso migranti, si spostano da nord a sud a seconda della stagione. Cominciano in Puglia a raccogliere pomodori, poi si spostano in Calabria a raccogliere arance. Poi vanno a raccogliere uva ad Asti (per lo spumante) e nel Chianti”. Lì, sono per lo più lavoratori provenienti da altri paesi dell’UE, principalmente bulgari e rumeni”.
Un prezzo equo
I produttori spesso vengono additati come i primi colpevoli della situazione di sfruttamento in cui versano i lavoratori in agricoltura ed in alcuni casi questo è vero. Ma Sagnet sostiene che il problema principale è da ricercare nei prezzi ingiustamente bassi che la grande distribuzione è disposta a pagare per le merci, siano essi pomodori pugliesi o Sangiovese toscano. “Il problema è che i prezzi sono fissati dai buyer dei grandi supermercati, non dagli agricoltori. Stanno diventando sempre più bassi, la situazione chiaramente non è sostenibile”, afferma Sagnet, sottolineando come i prezzi bassi del vino ricadano regolarmente sui gradini a monte della filiera.
Il direttore della Symington Family Estates, Rob Symington, rileva che nel Douro, in Portogallo, i prezzi iniqui dell’uva sono determinati dal complesso sistema normativo regionale: “Nella nostra regione gli agricoltori stanno vendendo uva da vino fermo in perdita. Abbiamo deciso di prendere posizione e dire che questo è sbagliato. Siamo consapevoli che un futuro così non è sano né equilibrato per la comunità, dato che il 90% del reddito della regione proviene dall’uva”.
L’impegno di Symington per la responsabilità sociale lo ha portato a richiedere – e ottenere – la Certificazione B Corp. “Ci sono molte certificazioni, ma spesso hanno a che fare solo con alcuni aspetti legati alla sostenibilità. B Corp è la più completa a livello aziendale, spinge al miglioramento continuo in quanto prevede controlli ogni tre anni“.
L’audit di B Corp ha richiesto a Symington di rivelare una serie di protocolli su come l’azienda tratta la natura alcolica dei suoi prodotti. “Include il tipo di informazioni che mettete sulle vostre etichette, ma anche come viene formato il team di vendita in relazione al consumo responsabile di alcol. In futuro vedremo sempre più restrizioni su ciò che un’azienda di alcolici può o non può comunicare al pubblico. Come industria dobbiamo anticipare queste sfide, piuttosto che aspettare finché non siamo obbligati a conformarci”.
Insieme alla B Corp e a un numero crescente di certificazioni, l’italiana Equalitas adotta un approccio globale ed olistico alla sostenibilità. Il direttore Stefano Stefanucci è convinto che un numero crescente di aziende vinicole stia riconoscendo la necessità di affrontare le sfide sociali che richiede il settore. “Data la nostra natura, nessuna azienda vinicola che sfrutta i lavoratori ci avvicinerebbe mai. Detto questo, abbiamo notato un ritardo in termini di pari opportunità. Statisticamente, in Italia ai vertici delle aziende ci sono meno donne e giovani e c’è anche un problema quando si tratta di congedi parentali.”
Stefanucci sostiene che c’è una crescente consapevolezza dei consumatori sulle questioni etiche e, dato che sono le generazioni più giovani a guidare il cambiamento sociale, il consumo responsabile rappresenta una tendenza in crescita. “Le aziende vinicole devono rispondere a questo cambiamento, anche esclusivamente in una ottica cinica di puro vantaggio commerciale”.
Se non lo fanno, corrono il rischio di rimanere al palo.












































