Inaugurato a Roma il vigneto urbano di San Sisto, primo tassello del progetto Mater Vinorum. L’appezzamento di 1.400 metri quadrati ospita oltre mille barbatelle di sette varietà autoctone storiche, riportando la viticoltura al centro dell’identità della Capitale. Un museo vivente che unisce tradizione, cultura e sostenibilità ambientale.

Roma torna a essere città di vigne. Ai piedi di Villa Celimontana, è stato inaugurato il vigneto urbano di San Sisto: un piccolo appezzamento di 1.400 metri quadrati che racchiude un grande valore simbolico e culturale. Alla cerimonia erano presenti il Sindaco di Roma Roberto Gualtieri e l’Assessora all’Agricoltura, Ambiente e Ciclo dei Rifiuti Sabrina Alfonsi, alla genesi del progetto.

Il vigneto di San Sisto non è un vigneto qualsiasi. Le oltre mille barbatelle che ora vi crescono appartengono a sette varietà autoctone storiche – Bellone, Nero Buono di Cori, Cesanese, Moscato di Terracina, Mammolo, Abbuoto e Malvasia Puntinata – le stesse che popolavano i pendii del Palatino, dell’Aventino e dell’area dei Fori Imperiali in età antica. 

Come mostra la mappa del Nolli del 1748, l’identità vinicola di Roma non appartiene solo all’antichità: le vigne hanno continuato a disegnare il paesaggio urbano per secoli, fino a entrare stabilmente nella trama della città papale e a sopravvivere, in parte, persino nella Roma umbertina; quella di San Sisto è la prima tappa concreta del progetto Roma Mater Vinorum, nato dalla collaborazione con Iter Vitis, Itinerario culturale del Consiglio d’Europa, che, con l’impianto di un circuito di 8 vigneti, mira a riportare la vite e il vino al centro dell’identità della Capitale, restituendo memoria a una città che per secoli è stata attraversata e nutrita dalla viticoltura.

Roma ha già un palcoscenico globale straordinario. Mater Vinorum, insieme a Iter Vitis, non pretendono di competere ma di aggiungere una nuova prospettiva, capace di svelare una città diversa: non soltanto quella dei monumenti e del turismo di massa, ma la Roma viva, che attraverso la vite e il vino ritrova la propria identità e la racconta al mondo. Per Iter Vitis, Roma non è solo un simbolo universale: è il cuore geografico di una rete che oggi unisce 26 Paesi, da est a ovest, dal nord al sud del continente. Un crocevia che lega cammini, storie, vigne e identità culturali.

Il vigneto di San Sisto ne è un esempio concreto. Non è solo un impianto agricolo, ma un museo vivente che restituisce l’immagine di Roma come città capace di far dialogare natura e cultura, memoria e futuro. Qui è stata scelta la forma di allevamento ad alberello, tradizionale dei vigneti romani: un sistema antico, con un sesto di circa 1,1 x 1,1 metri, per un totale di 1.100 piante suddivise in sette varietà locali. È una vera e propria collezione ampelografica, che privilegia la bellezza e la coerenza storica rispetto alla produttività, curata con competenza dall’agronomo Lillo Barbera.

Il sito stesso ha una storia significativa: il Semenzaio di San Sisto, voluto dal prefetto napoleonico Camillo de Tournon, nacque come luogo di sperimentazione agricola per la città e torna oggi a essere simbolo di ricerca e innovazione. Roma è stata, ed è il crocevia di pellegrinaggi: i pellegrini portavano con sé non solo fede, ma anche semi e barbatelle, viti nello zaino che hanno contribuito a diffondere la viticoltura lungo le vie d’Europa. Così i vitigni hanno viaggiato con gli uomini, radicandosi in nuove terre e generando diversità. Collegando Mater Vinorum con altri itinerari culturali del Consiglio d’Europa, come Destination Napoleon o le grandi vie dei pellegrini, Roma si conferma non solo custode di un patrimonio straordinario, ma punto d’incontro dove la vite diventa linguaggio universale, identità condivisa e strumento di diplomazia culturale.

Questa operazione valorizza il vino come prodotto culturale in ogni sua dimensione: dal logo fino all’impianto del vigneto, ogni dettaglio è stato pensato per restituire senso e identità a Roma come città della vite. L’immagine scelta è quella della vitis ulmo maritata, la vite che abbraccia l’olmo, celebrata da Virgilio nelle Georgiche come simbolo di gioia agricola e prosperità — “Ulmis adiungere vites” (II, 221)”. Per i Romani, l’unione tra vite e olmo era immagine di armonia e complementarità: la vite, fragile ma feconda, si innalzava sostenuta dalla solidità dell’olmo, che le offriva forza e stabilità. Da questa relazione nascevano frutto, abbondanza e bellezza. Non a caso la metafora attraversa anche i versi di Ovidio e Catullo e, nei secoli, è diventata emblema dell’amore e del matrimonio: due esseri diversi che, intrecciandosi, generano vita nuova.

Richiamare oggi questa immagine significa rimettere al centro l’idea che la cultura del vino è fatta di legami: tra natura e uomo, tra passato e futuro, tra comunità e territori. Così come la vite non potrebbe crescere senza l’olmo, anche l’identità di Roma non può dirsi compiuta senza la memoria della sua tradizione vitivinicola.

L’approccio culturale che ispira Mater Vinorum si estende naturalmente anche alla sostenibilità ambientale, parte integrante del progetto grazie al lavoro dei colleghi della start up di Torino Citiculture, che hanno installato sensori a energia solare per monitorare qualità dell’aria, clima e inquinanti. In questo modo il vigneto di San Sisto diventa anche presidio ambientale e laboratorio a cielo aperto, in cui cultura e natura si fondono in un racconto coerente, che guarda al futuro senza dimenticare le radici.

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Punti chiave

  • Roma ritrova identità: inaugurato il vigneto urbano di San Sisto con 1.400 mq e varietà autoctone storiche.
  • Mater Vinorum progetto: primo di otto vigneti urbani per restituire memoria vitivinicola alla Capitale italiana.
  • Vitigni autoctoni storici: sette varietà tra cui Bellone, Cesanese e Nero Buono coltivate ad alberello tradizionale.
  • Iter Vitis collaborazione: Roma cuore di rete europea che unisce 26 Paesi attraverso cultura del vino.
  • Sostenibilità e tecnologia: sensori solari monitorano aria e clima rendendo il vigneto presidio ambientale innovativo.