Il rito del brindisi, pilastro della socialità per secoli, vacilla sotto i colpi del cambiamento generazionale. Se per i Millennial è memoria muscolare, per la Gen Z d’oltreoceano alzare i calici appare come un gesto anacronistico e quasi imbarazzante. In questo articolo ci interroghiamo sul legame tra il calo dei consumi di vino e la progressiva dematerializzazione della convivialità digitale.
Secondo un recente articolo di VinePair – To Toast or Not to Toast: When Did Cheersing Become Uncool? – brindare è diventato demodé per la Gen Z.
L’articolo ha acceso il dibattito citando l’esperienza di Anne Hollister, attrice trentatreenne di New York, rimasta spiazzata dalla reazione di un compagno ventiseienne davanti a un brindisi. Il ragazzo avrebbe esclamato sorpreso, suggerendo che il brindisi non è pratica comune tra la Gen Z.
Prima di analizzare quanto riportato da VinePair c’è da considerare che il rito di sollevare il calice viene riportato già nell’Odissea di Omero quando troviamo Ulisse che beve alla salute di Achille, un riconoscimento del valore dell’altro attraverso la condivisione di una bevanda.
Non solo, una delle teorie più affascinanti lega il brindisi all’epoca romana quando brindare con enfasi permetteva ai liquidi di mescolarsi da un bicchiere all’altro, garantendo che il vino non fosse avvelenato (perché era una pratica comune, all’epoca, quella di avvelenare i calici). In questo caso, il brindisi rappresentava un patto di fiducia tangibile, trasformando un potenziale pericolo in un momento di autentica comunione.
Torniamo, ora, alla domanda: il brindisi è ormai gesto demodé per la Gen Z?
In realtà, in Italia, il brindisi parrebbe ancora vivo e vegeto, anche tra la Gen Z.
Anzi, attorno a questa tradizione circolano tantissime superstizioni: se non si brinda senza guardarsi negli occhi si richiamano energie negative o si attirano gli spiriti, oppure se – quando si brinda – non si tocca il calice con tutti, la persona più anziana del gruppo muore. Infine, sappiamo tutti cosa si pensa succeda se non si appoggia il calice sul tavolo dopo aver brindato, no?
Questi piccoli “terrori” popolari, lungi dal dissuadere le persone. Sono dei catalizzatori e sembrano invogliare le persone ad una partecipazione attiva e consapevole.
Perché liquidare la questione come un semplice disinteresse dei giovani verso il brindisi? Sembra riduttivo e anche anacronistico, almeno rispetto al contesto nazionale.
Forse, il vero cambiamento non risiede nel gesto in sé, ma nella frequenza e nelle modalità di uscita. È riasputo che il fenomeno del “nesting”, ovvero la tendenza post-Covid a preferire l’ambiente domestico e lo streaming (Netflix & copertina) alla vita notturna, unito a una contrazione del potere d’acquisto, sta ridefinendo i volumi del consumo fuori casa. Inoltre, le piazze e i locali vedono un pubblico più attento alla spesa.
Quindi viene da pensare che non si assiste ad un rifiuto del brindisi, ma ad una ricalibrazione all’interno di una vita sociale che si è fatta, fondamentalmente, più pigra e mediata dagli schermi.
In questo contesto vale la pena ricorda che il brindisi, per sua natura, rappresenta l’antitesi dell’isolamento digitale. Richiede una connessione fisica, un contatto visivo e una partecipazione attiva.
Perciò, forse, si potrebbe parlare più di calo (l’ennesimo) delle occasioni sociali di consumo in cui brindare, più che di brindisi come gesto che la Gen Z non adotta più.
Punti chiave
- La percezione del brindisi come gesto “pittoresco” o “uncool” tra i ventenni americani.
- Le radici del rito: dalla diplomazia di Ulisse alla sicurezza contro i veleni nel Medioevo.
- L’impatto del “nesting” e della vita mediata dagli schermi sulla socialità reale.
- La persistenza delle superstizioni italiane come prova di una cultura del brindisi ancora radicata.
- Il brindisi come atto di resistenza fisica in un’epoca di isolamento digitale.















































