La scelta premia la sua gestione durante le due gravi alluvioni che hanno colpito i vigneti nel 2023 e nel

Mentre in Toscana il Brunello di Montalcino si affida al più giovane presidente della sua storia, in Romagna la guida rimane saldamente in mano all’esperienza. Ieri, l’Assemblea dei Soci del Consorzio Vini di Romagna ha infatti riconfermato Roberto Monti alla presidenza per il prossimo triennio. Una scelta di stabilità in netto contrasto con il ricambio generazionale avvenuto lo scorso maggio nel prestigioso consorzio toscano, dove è stato eletto il trentatreenne Giacomo Bartolommei. Questo dualismo segnala due diverse filosofie di leadership nel settore vitivinicolo italiano in un momento di sfide climatiche e di mercato.

La riconferma: stabilità vs. novità in due consorzi a confronto

La riconferma di Roberto Monti non giunge inaspettata. Già nominato per la prima volta alla guida del consorzio romagnolo nel marzo 2023, Monti porta con sé una carriera nel settore iniziata nel 1982 e consolidata dal 2003 al 2022 nel suo ruolo di Direttore Generale della Cantina Forlì-Predappio. Al suo fianco, la squadra di vicepresidenza rimane immutata, con Enrico Drei Donà (responsabile anche della Commissione Valorizzazione) e Scipione Giuliani. Dall’altra parte d’Italia, la scorsa primavera il Consorzio del Brunello di Montalcino ha invece voltato pagina, eleggendo un presidente under 35. L’assemblea del 14 maggio 2025 ha sancito non solo un cambio generazionale ma anche una composizione del board del Brunello di Montalcino con solo due donne, pari a una rappresentanza femminile del 13%. Due modelli opposti che rispondono a contesti territoriali e a storie associative molto diverse.

Il consorzio di Romagna: numeri, territorio e alluvioni da gestire

Per comprendere la scelta di continuità operata in Romagna, è essenziale guardare al peso specifico dell’ente e alle prove recenti che ha dovuto affrontare. Il Consorzio vini di Romagna riunisce un vasto e articolato mondo produttivo che spazia dalle province di Rimini, Forlì-Cesena, Ravenna fino al territorio Imolese. Secondo i dati aggiornati al 2026, l’organizzazione associa 8 cantine cooperative, 109 produttori-vinificatori, 4 imbottigliatori e ben 5.200 aziende viticole iscritte agli albi delle Doc e Docg. Un comparto che, stando a stime recenti, produce circa il 62% di tutto il vino dell’Emilia-Romagna, rivendicando un ruolo centrale nell’economia agricola regionale.

Proprio su questo territorio esteso e produttivo si sono abbattute, nei due anni precedenti al rinnovo di Monti, alcune delle sfide più dure legate al clima. Nel 2023 e nel 2024, il consorzio ha infatti dovuto gestire le conseguenze di due gravi alluvioni consecutive, eventi estremi che hanno messo a dura prova i vigneti e le comunità. Aver guidato il consorzio in quella fase critica, maturando una conoscenza diretta delle dinamiche di crisi e delle necessità dei soci, costituisce senza dubbio un elemento chiave del capitale di esperienza di Monti. La sua riconferma sembra quindi premiare una gestione che ha già affrontato emergenze concrete, puntando su una leadership che conosce la macchina consortile e il territorio palmo a palmo.

Implicazioni per produttori e esportatori: cosa cambia davvero

Per gli oltre 5.200 viticoltori e le decine di cantine associate, la riconferma di Monti segnala prima di tutto una prosecuzione della strategia. In un periodo in cui la volatilità climatica è una minaccia tangibile – come dimostrano le alluvioni degli scorsi anni – la continuità gestionale può essere vista come un fattore di rassicurazione per coordinare risposte rapide e richieste di sostegno alle istituzioni. Non ci sono rotture o nuove visioni annunciate, ma la conferma di un presidente che, nel triennio precedente alla sua prima nomina, ha già maturato una conoscenza approfondita delle sfide del comparto.

Questa scelta di stabilità avviene mentre un competitor di alto profilo come il Brunello di Montalcino punta esplicitamente su un ricambio generazionale, forse per rinnovare l’immagine o intercettare nuovi mercati. Per la Romagna, la priorità sembra essere invece il consolidamento e la resilienza, anche alla luce del suo peso produttivo regionale (quel 62% della produzione dell’Emilia-Romagna) che richiede una gestione attenta degli equilibri tra grandi cooperative e piccoli produttori. Per esportatori e buyer internazionali, il messaggio è di un’area vinicola che, pur nelle sue diversità interne, sceglie di non modificare il proprio timone in acque ancora agitate, privilegiando la coesione e l’esperienza consolidata.

Per i professionisti del vino in Romagna, la riconferma di Monti non è solo una notizia amministrativa, ma un segnale chiaro: si punta su esperienza e resilienza per navigare un mercato in evoluzione, con le lezioni delle alluvioni ancora fresche e gli occhi sulla concorrenza toscana. In un settore dove il lungo termine si costruisce vigneto dopo vigneto, la continuità può essere essa stessa una forma di innovazione, soprattutto quando il terreno sotto i piedi – a volte letteralmente – è già abbastanza instabile.