La decisione segue la chiusura dello Stretto di Hormuz e taglia il 15% della capacità produttiva della controllata Saverglass.

Ieri, 9 aprile 2026, il gruppo australiano Orora ha pubblicato un aggiornamento che inchioda i conti della sua controllata Saverglass, leader nella produzione di bottiglie di lusso per vino e spiriti, alle conseguenze della guerra in Medio Oriente. La mossa più drastica è la chiusura dello stabilimento di Ras al Khaimah, negli Emirati Arabi Uniti, decisa per far fronte all’irreperibilità delle rotte di spedizione. Un colpo secco che priva il gruppo del 15% dell’intera capacità produttiva di Saverglass e costringe a una revisione al ribasso degli utili attesi per l’esercizio fiscale in corso.

La chiusura e il conto immediato

Il motivo è chiaro: con lo Stretto di Hormuz chiuso dal 28 febbraio scorso, giorno d’inizio del conflitto, e le vie di terra impraticabili, lo stabilimento emiratino è di fatto isolato. L’impatto finanziario diretto di questa paralisi sul secondo semestre dell’FY26 (che termina a giugno) è quantificato in una forbice tra 9 e 11 milioni di euro di EBIT (utili prima degli interessi e delle tasse). Di conseguenza, Orora ha ridotto le previsioni di guadagno per Saverglass per l’intero anno fiscale 2026, ora attestate su un EBIT sottostante compreso tra 63 e 68 milioni di euro, escludendo proprio questo botto da 10 milioni circa. Un dato che si allontana sensibilmente dalla precedente indicazione di un risultato “sostanzialmente in linea” con i 79,2 milioni di euro del 2025.

Il prima e il dopo: un bilancio in rosso

Per comprendere la portata del danno, bisogna guardare al contesto pre-conflitto. L’acquisizione di Saverglass da parte di Orora, conclusa con un valore d’impresa di 1.290 milioni di euro, puntava a rafforzare la divisione packaging di lusso del gruppo. Tuttavia, già nell’anno fiscale 2025 il business Saverglass aveva mostrato segni di affanno, riportando un EBIT di 79,2 milioni di euro, in calo del 5,5% su base pro-forma rispetto all’anno precedente. Una contrazione che non era isolata, visto che anche la struttura vetraria australiana di Gawler aveva registrato un crollo del 54% degli utili, a 25,4 milioni di dollari. Il terreno era già in pendenza prima che la guerra facesse franare tutto.

Onda d’urto nella filiera del vino

Oltre ai bilanci, è la catena di approvvigionamento globale a subire il colpo più duro. La produzione è stata interrotta a Ras al Khaimah a causa del conflitto con l’Iran, privando il mercato di uno snodo cruciale. Quel sito, con i suoi quattro forni, produceva principalmente per i vini premium e ultra-premium destinati al mercato nordamericano. La paralisi logistica è totale: la maggior parte dei vettori principali ha sospeso i transiti nello Stretto di Hormuz a marzo, e il traffico di navi cisterna e portacontainer è sceso quasi a zero. Questo crea un doppio problema per i produttori vinicoli: la perdita di una fonte di bottiglie di alta gamma e l’aumento esponenziale dei costi e dei tempi per alternative logistiche.

La crisi sta anche alterando gli equilibri di mercato interni a Saverglass. Per il secondo semestre dell’FY26, il gruppo prevede che il mix di vendite si sposterà verso il 60% per vino e champagne, con un aumento di circa 8 punti percentuali rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente. Questo shift potrebbe riflettere una domanda più resiliente per il settore vinicolo o, più probabilmente, le maggiori difficoltà nel servire i clienti degli spiriti a causa delle interruzioni specifiche. In ogni caso, i produttori di vino, specialmente quelli del segmento premium che facevano affidamento sulla capacità produttiva degli Emirati, si trovano ora a dover rincorrere forniture alternative in un mercato improvvisamente più stretto, con il rischio concreto di ritardi nelle campagne di imbottigliamento e di aumento dei costi del packaging.

Per chi produce o esporta vino, la vulnerabilità di uno snodo produttivo come Ras al Khaimah impone una revisione urgente delle fonti di bottiglie, trasformando la logistica da variabile di costo a fattore critico di sopravvivenza commerciale. L’instabilità geopolitica ha dimostrato di poter spegnere i forni e bloccare le navi, minacciando non solo i bilanci delle aziende di packaging, ma l’intero flusso che dai vigneti porta le bottiglie sulle tavole di tutto il mondo.