La tecnica combina dealcolizzazione e carbone attivo per eliminare gli aromi indesiderati senza intaccare il fruttato.
Oltre 1,6 miliardi di dollari: è la cifra stratosferica che il fumo di affumicatura è costato all’industria vinicola australiana dal 2003 a oggi, come attestano i dati Wine Australia. Un rischio produttivo ed economico mastodontico, reso tragicamente concreto dai catastrofici incendi boschivi del 2020, che da soli hanno provocato circa 500 milioni di dollari di produzione persa. A marzo 2026, una ricerca dell’Università di Adelaide offre una nuova speranza concreta. Secondo quanto annunciato dall’ateneo, la tecnologia di dealcolizzazione SCC distillation, unita al tradizionale carbone attivato, si è dimostrata in grado di mitigare efficacemente il difetto di fumo preservando i caratteri fruttati del vino.
La prova in laboratorio che cambia le regole
La ricerca, condotta dalla dottoranda Ysadora Mirabelli-Montan, ha evidenziato come l’abbinamento di SCC distillation (una tecnologia commerciale per la rimozione dell’alcol) con il carbone attivato abbia prodotto un risultato superiore rispetto all’uso del solo carbone. La procedura combinata, spiega la professoressa Kerry Wilkinson, ha permesso di “rimediare agli impatti del fumo di affumicatura nei vini preservando i caratteri fruttati desiderati nel prodotto finale”. Se il trattamento ha causato “piccoli ma significativi cambiamenti” nelle concentrazioni di alcol e una marcata diminuzione dell’anidride solforosa (facilmente reintegrabile), questi effetti non hanno inficiato la percezione sensoriale dei vini trattati. Si tratta di un passo avanti significativo rispetto a precedenti test sui polimeri a impronta molecolare condotti dallo stesso ateneo per affrontare lo stesso problema.
I limiti dei rimedi tradizionali e il vantaggio della nuova via
L’innovazione si inserisce in un panorama di pratiche di correzione che spesso presentano grossi limiti. Tecniche tradizionali come la filtrazione con carbone attivo, infatti, operano in modo indiscriminato, rischiando di asportare colore, aromi e polifenoli insieme ai composti indesiderati. L’osmosi inversa, d’altro canto, è notoriamente costosa e può alterare la composizione del vino. La soluzione combinata testata ad Adelaide sembra quindi offrire un profilo di efficacia e selettività migliore. La necessità di strumenti più precisi è resa drammaticamente evidente da un dato: secondo un studio della La Trobe University, durante i rovinosi incendi del 2020 furono scartati inutilmente grappoli per un valore tra i 100 e i 150 milioni di dollari a causa di timori di contaminazione poi rivelatisi infondati.
Oltre il danno economico: una strada per il recupero
L’urgenza di soluzioni efficaci trascende la singola cantina e tocca la solidità economica dell’intero settore a livello globale. Il fatturato mondiale del vino, valutato a oltre 332 miliardi di dollari statunitensi nel 2024 e in crescita dell’1,42% anno su anno, rappresenta un mercato enorme in cui la qualità e l’affidabilità della produzione sono fondamentali. Per l’Australia, la lotta al fumo è una questione di resilienza strategica. È in questo contesto che la ricerca accademica gioca un ruolo chiave, come dimostrano anche altri progetti finanziati di recente. Ad esempio, un progetto da 455.847 dollari della Queensland University of Technology, guidato dalla professoressa associata Soniya Yambem, mira a sviluppare sensori portatili per rilevare precocemente la contaminazione da fumo negli acini, prima della fermentazione.
Per i viticoltori australiani e di tutte le regioni del mondo esposte al rischio incendi, l’adozione di tecnologie come quella testata ad Adelaide non rappresenta quindi solo un perfezionamento tecnico. È uno strumento operativo per gestire il rischio, ridurre gli sprechi e, in definitiva, proteggere il valore economico e reputazionale del proprio prodotto. In un’industria globale da 332 miliardi di dollari, la capacità di garantire qualità costante nonostante le avversità climatiche non è un optional, ma il fondamento stesso della competitività e della fiducia del consumatore.

















































