Per fortuna, il voto in plenaria al Parlamento Europeo sul Piano di azione per la lotta contro il cancro ci ha restituito un testo sicuramente migliorativo e meno preoccupante, in quanto è stato eliminato l’approccio che non distingueva l’uso moderato e consapevole di vino dall’abuso di sostanze alcoliche.
Ciò non toglie, come già avevo espresso in un mio recente editoriale, che a mio parere vada modificato anche l’approccio del nostro settore sul fronte della comunicazione vino e salute.
I tempi cambiano, la cultura della persone si evolve (o si involve, dipende), la società si segmenta sempre di più e la pandemia che stiamo subendo ormai da oltre due anni sta condizionando profondamente anche l’atteggiamento di tutti noi nei confronti del tema centrale delle nostre esistenze, e cioè quello della salute.
In una fase storica come questa, immaginare che il vino sarebbe rimasto indenne era forse troppo ottimistico.
Certo, stiamo anche assistendo ad un attacco al consumo di vino che probabilmente non ha precedenti e questo, a mio parere, è anche da ascrivere ad un mondo scientifico che in qualche misura, più o meno inconsciamente, sembra voglia far sentire più forte la sua voce dopo un biennio durante il quale più volte è stato messo in discussione.
Ed è forse proprio in questa sorta di confronto, anche duro, tra la società, le imprese e i rappresentanti del mondo scientifico, che si “gioca la partita” difficile in cui è coinvolto il consumo di vino.
Sembra quasi che gli organismi sanitari vogliano dirci: “Se pretendete da noi certezze, allora noi rispondiamo con un rigore su tutti i fronti, nessuno escluso, evidenziando tutti i possibili rischi che possano emergere da qualsiasi tipologia di alimenti, probabilmente tra un po’ anche dall’acqua”.
Insomma, siamo entrati nell’era della ricerca del “rischio zero”, dove nel nome della prevenzione si è disposti ad attuare politiche senza buonsenso. E’ chiaro che questo non è una bella notizia, anche se per certi aspetti sembra una sorta di “danno collaterale” alla situazione che stiamo vivendo.
Certo, si può obiettare che era da molti anni che il nostro comparto vitivinicolo temeva rischi di questa natura, a partire dal cosiddetto Nutriscore che porta ad equiparare il vino a qualsiasi altro alimento (con tutta la conseguente “perversione ingredientistica”).
Ma se non fosse arrivata la pandemia con tutto il suo gravissimo peso, anche sul mondo scientifico nel suo complesso probabilmente non saremmo arrivati a questo punto.
Tutto questo, pertanto, a mio parere, obbliga a riportare la discussione non tanto sul fronte “legale” ma su quello “culturale”.
Se, infatti, pretendiamo che vi siano risposte legali ad obiezioni e preoccupazioni di natura sanitaria, io penso che sia una battaglia persa ancor prima di iniziarla.
Se, invece, cerchiamo di portare il ragionamento su elementi culturali, allora ci potrebbe essere qualche speranza.
Macron ha parlato di vino come “patrimonio culturale francese” e quindi, in qualche misura, “intoccabile”.
Non sono convinto che sia nemmeno questa la via più corretta, perché rischia di aumentare ulteriormente la polarizzazione all’interno delle nostre società tra coloro che vedono nel vino un vero patrimonio culturale e altri (inutile fare finta che non esistano) che invece lo considerano semplicemente una bevanda alcolica.
Per questa ragione, ritengo che vada trovata una nuova via di comunicazione del vino e del racconto di questo nostro straordinario prodotto, al fine di aumentare la sua conoscenza all’interno dei diversi Paesi, sia produttori che non produttori.
Mi rendo conto che non sia semplice e, per certi aspetti, siamo anche in ritardo, perché per troppo tempo ci siamo soffermati su una comunicazione elitaria, con il risultato che oggi, anche in un Paese di lunga tradizione vitivinicola come il nostro, non sono poi così tanti i veri wine lovers.
Basta parlare con qualche amico o parente per rendersi conto di quanta “ignoranza” vitienologica serpeggi nel nostro Paese.
Se si facesse un referendum sulla protezione del vino da parte degli organismi sanitari, non sono così convinto che porteremmo a casa una vera maggioranza nel nostro Paese.
E questo non può che far riflettere.
Senza dimenticare – e il mare di diversi comunicati che stiamo ricevendo in queste settimane ne sono una testimonianza, che nemmeno di fronte ad un pericolo comune il nostro mondo del vino riesce ad aggregarsi.
Ogni organizzazione combatte la sua battaglia da sola e, pur dicendo tutti più o meno le stesse cose, vuole far sentire solo la sua voce.
Lo dico onestamente: anche questo non è un bel segnale se si vuole combattere una battaglia con le armi giuste.












































