Ha fatto scalpore nelle settimane scorse la notizia (riportata da The Drink Business) che la nota catena di supermercati Carrefour in Francia ha messo in vendita bottiglie di Bordeaux a 1,66 euro. Un prezzo, è scritto sul noto magazine inglese, inferiore a quello dell’acqua, o perlomeno ad alcune etichette di acque minerali.
Si tratta dell’ennesimo schiaffo all’immagine di quella che si può considerare a tutti gli effetti la più storica e famosa regione vitivinicola al mondo.
Un regione del vino prestigiosa e decisamente ampia con i suoi oltre 100.000 ettari vitati dei quali, però, circa 10.000 sono stati oggetto di estirpazione verso la fine dello scorso anno (con un piano finanziato per 19 milioni dal Consiglio interprofessionale del vino di Bordeaux e per 38 milioni da Governo francese).
Fa inevitabilmente effetto e fa riflettere la crisi di Bordeaux, una denominazione che oggi evidenzia molte contraddizioni.
Se da un lato, infatti, abbiamo tenute storiche, rappresentate da grandi marchi dalle produzioni limitate, da prezzi costantemente in crescita e con valori fondiari che possono superare abbondantemente i 2 milioni di euro ad ettaro, dall’altro abbiamo quella che viene definita la “piccola Bordeaux” dove i prezzi sono in caduta libera da alcuni anni, con vini venduti da tante piccole realtà a non più di un euro al litro.
Questo disequilibrio nella filiera vitivinicola bordolese è sicuramente oggi un forte limite della più grande “appelation” al mondo.
Un disequilibrio presente, dobbiamo essere onesti, in moltissime denominazioni a partire da quelle italiane.
Un disequilibrio che incide non “solo” nelle tasche di molti produttori di Bordeaux ma anche nell’immagine complessiva di questa grande regione vitivinicola.
È importante però comprendere meglio quali sono le ragioni di questa crisi che, a mio parere, non può essere ascritta solo alla riduzione dei consumi dei vini rossi (per il Bordeaux un drastico -32% lo scorso anno), alla disaffezione dei consumatori cinesi, alla noia verso i vini di Bordeaux da parte anche di non pochi consumatori francesi (dove il consumo è calato del 15% nel 2023).
Oltre a quelle che possiamo considerare le problematiche contingenti – tra tutte anche l’aumento considerevole dei costi di produzioni dettati dal post-Covid e dal conflitto russo-ucraino, come pure le fitopatologie come la flavescenza dorata e la peronospora che hanno colpito duramente Bordeaux lo scorso anno – è indubbio che la crisi di immagine dei vini di Bordeaux ha anche altri significati, altre ragioni.
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Una fra tutte me l’ha suggerita nei giorni scorsi Costantino Gabardi, consulente strategico di numerose cantine e numerosi consorzi italiani, ma anche uno dei maggiori esperti di regioni vitivinicole francesi.
Gabardi, durante un interessante incontro con i soci del Consorzio di tutela Lugana doc ha così motivato la crisi di Bordeaux: “Il principale motivo dell’attuale difficoltà dei vini di Bordeaux è che si tratta di una regione vitivinicola che non ha più nulla da dire, da raccontare. Di questa denominazione si sa già tutto, o meglio si pensa di sapere già tutto e questo determina un inevitabile calo di interesse, di curiosità”.
“Mentre la Borgogna – ha concluso Gabardi – continua a raccontare novità sulla propria diversificazione territoriale, sulle peculiarità espressive dei propri vini, Bordeaux da tempo tace”.
Un’osservazione molto interessante quella di Gabardi perché evidenzia come il valore di una denominazione non è un concetto “statico”, immutabile nel tempo.
Erroneamente, a mio parere, si parla di mode anche nel mondo del vino ma questo, in qualche misura, “deresponsabilizzerebbe” le denominazioni, e i suoi diversi protagonisti (produttori e consorzi in primis), dando gran parte della responsabilità del successo o meno di un territorio del vino ai gusti dei consumatori.
La possibilità che una denominazione possa apparire sempre contemporanea è invece fortemente legata alla sua capacità di innovarsi, di rendersi affascinante, di riuscire ad incuriosire, a far scoprire lati nuovi con costanza.
Il ciclo vitale di una denominazione, pertanto, è molto più legato a chi produce e meno a chi consuma.
Mi rendo conto che si tratta di un’affermazione forte che contraddice quello che si pensa comunemente e cioè che siano sempre e solo i consumatori i veri driver del successo o meno di un vino, di una denominazione.
Ma se così fosse, non ci sarebbe denominazione o vino al mondo capace di assecondare la volubilità, l’infedeltà dei consumatori a livello mondiale.
Come pure sarebbero in gran parte soldi buttati quelli investiti in studi, mappature dei terroir del vino, in comunicazione delle peculiarità delle denominazioni, in eventi capaci di mettere a valore i fattori identitari delle regioni vitivinicole.
Per questa ragione ritengo che la crisi della più prestigiosa terra del vino al mondo è un chiaro monito a tutti coloro che ritengono che una reputazione forte costruita nel tempo possa garantire un successo eterno.
Non è così e lo sarà sempre di meno vista la “sete” continua di novità da parte dei consumatori.
Non significa, ovviamente, essere costretti a stravolgere costantemente le denominazioni ma a saper dare nuovi significati e senso alle nostre terre del vino, a saper innovare la narrazione, anche con nuovi linguaggi in grado di renderla così sempre contemporanea, aderente al presente.












































