In questo periodo sono in molti che mi chiedono quali sono le principali sfide per il settore vitivinicolo italiano, in una fase che definirla “rivoluzionaria” non mi sembra esagerato.
Non è semplice fare una precisa gerarchia delle principali sfide per il nostro settore vitivinicolo considerando che sono tutte in qualche misura dipendenti l’una dall’altra.
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Ho cercato, però, di individuarne le dieci che considero più rilevanti e che vi sintetizzo di seguito:
- Rinnovamento della classe dirigente delle imprese e delle istituzioni del vino (la risorsa umana è e sarà la chiave del futuro competitivo o meno del nostro settore). Affermare che c’è un ritardo preoccupante sul rinnovamento della governance del vino italiano è davanti agli occhi di tutti. Ma più in generale continua ad esserci un deficit di investimento in risorse umane che rischia di penalizzare drammaticamente il nostro sistema vitivinicolo.
- Sviluppo concreto dell’attività enoturistica. Non si è mai parlato così tanto di enoturismo come in questi ultimi anni, stimolati soprattutto dall’esperienza del Covid e post-Covid. Purtroppo alle parole stanno seguendo pochi fatti con tante, troppe imprese che ancora faticano a considerare l’accoglienza una vera e propria business unit nella quale investire e ricavare i giusti profitti.
- Ampliamento del numero dei mercati per il nostro export grazie anche ad una profonda modifica della misura Ocm vino promozione Paesi terzi. Se andiamo a guardare i dati, di fatto il nostro export si concentra in cinque mercati (Usa, Germania, UK, Canada e Svizzera). Basta che gli Usa (cosa che è in atto) dia segni negativi che la nostra bilancia commerciale ne risenta pesantemente. Abbiamo ancora un 70% del mondo che noi non affrontiamo, è forse arrivato il momento di farlo.
- Rinnovamento della comunicazione del vino ancora oggi ancorata ai vecchi modelli scritti nel periodo del post- metanolo (metà degli anni ’80). È diventato un nostro tormentone perché riteniamo che la comunicazione attuale del vino non sia più in grado di ampliare il bacino di consumatori e appassionati. Urgono cambiamenti.
- Maggiore attenzione al target giovani sia in termini comunicativi che di coinvolgimento dentro le imprese. I giovani sono sempre più lontani dal vino e il settore fa pochissimo per avvicinarli.
- Analisi serie dei consumatori. Inutile continuare a ripetere che cambiano i consumatori, cambiano i loro stili di vita, ma poi alla fine non facciamo nulla per indagare seriamente sulle loro diverse aspettative.
- Miglioramento del presidio dei mercati internazionali. C’è chi si illude ancora che sia sufficiente trovare un importatore per avere un export efficace su un determinato mercato. C’è qualcuno che spiega a queste imprese che la delega all’importatore per sviluppare il proprio business all’estero è morta?
- Importante rivisitazione del nostro impianto delle denominazioni. Che senso ha avere un patrimonio di oltre 500 denominazioni e sfruttarne meno della metà (e sono benevolo)? E’ arrivato il momento di mettere mano a questo assetto e soprattutto definire una nuova modalità per gestire e promuovere le nostre denominazioni. Inutile dare ruoli ai Consorzi di tutela e poi non dare loro gli strumenti per essere efficaci.
- Incentivare la costituzione di reti di impresa. La struttura produttiva del vino italiano continua ad essere fortemente frammentata e per tale ragioni le reti di impresa rappresentano la risposta migliore per rispondere al limite dimensionale di tantissime nostre aziende. Ma la rete di impresa è anche uno strumento straordinario per presidiare al meglio i mercati, comunicare con voce più forte, condividere risorse umane, aumentare il proprio appeal nei confronti dei buyer.
- Investimento maggiore (ci vuole poco) in marketing e comunicazione delle nostre imprese. L’investimento medio in comunicazione delle imprese del vino italiane con difficoltà supera l’1%, basta citare solo questo dato per affermare senza paura di essere smentiti che il vino italiano di fatto non comunica.












































