Produrre fine wine in grandi volumi è davvero impossibile? Jamie Goode analizza uno dei temi più controversi del settore: il legame tra qualità, dimensione aziendale e autenticità. Un viaggio lucido e provocatorio che mette in discussione i dogmi dell’artigianalità, con esempi concreti che raccontano quando la scala può convivere con l’eccellenza.
Nel mondo del vino, “piccolo è bello” è da sempre un mantra quasi intoccabile. I cosiddetti wine geek – appassionati, sommelier, opinion leader – tendono a idolatrare i piccoli produttori e a diffidare dei grandi gruppi vinicoli, salvo rare eccezioni. Ma questo atteggiamento, per quanto radicato, è davvero fondato? È la domanda al centro di un articolo provocatorio e lucido firmato da Jamie Goode su Winemag.co.za, che merita di essere approfondito e contestualizzato.
Prima ancora di chiedersi se sia possibile produrre vino pregiato su larga scala, è necessario chiarire cosa si intenda con “fine wine”. Goode mette in discussione le definizioni più comuni: il prezzo non è un parametro affidabile (ci sono vini costosi di dubbia qualità e ottimi vini a prezzi accessibili), né lo è il fatto che siano presenti sul mercato secondario o trattati da enoteche di prestigio.
La definizione più intrigante – e forse più utile – è quella di Hugh Johnson: il vino pregiato è “quello di cui vale la pena parlare”. Un vino che ha un’identità, racconta un luogo, accende la conversazione. Una definizione più emotiva che tecnica, ma estremamente efficace per capire cosa ci affascina nel vino.
Il punto chiave dell’analisi di Goode è che il vino è uno dei prodotti agricoli meno scalabili al mondo. Questo perché la qualità finale è strettamente dipendente dalle uve. Puoi fare vino scadente da uve eccellenti, ma non puoi fare grande vino da uve mediocri, a prescindere dal talento dell’enologo. E le uve eccellenti provengono solo da vigneti eccellenti, che sono per loro natura limitati.
Al contrario, prodotti come la birra sono molto più scalabili: luppoli, lieviti, malti e acqua si possono replicare, trattare, controllare. Con il vino, ogni ettaro è un microcosmo irripetibile.
Goode porta numerosi esempi di piccole realtà acquisite da grandi gruppi che, una volta cresciute in volume, hanno visto calare la qualità. È una dinamica comune: il marketing e la distribuzione crescono, ma i nuovi vigneti utilizzati non hanno lo stesso livello qualitativo. Il marchio resta, ma il vino cambia. E non sempre il mercato se ne accorge subito.
Esistono anche pericoli nella crescita “organica”: un’azienda familiare che cresce troppo lentamente rischia di entrare in quella che Goode chiama una “dead zone”, dove non è più piccola ma nemmeno abbastanza grande per assumere personale adeguato o accedere a una rete distributiva efficace.
Eppure, esistono eccezioni che dimostrano come il fine wine si possa produrre anche su larga scala, a patto che ci siano le giuste condizioni:
- Nel Médoc, molti Château classificati lavorano con oltre 80-100 ettari di vigneti, e il loro grand vin è prodotto in volumi importanti senza compromessi sulla qualità.
- In Champagne, etichette come Dom Pérignon producono milioni di bottiglie l’anno (si stima circa 6 milioni) senza perdere lo status di vino iconico.
- Nel Porto, i nomi più celebrati – da Taylor a Graham’s – sono parte di grandi gruppi, ma restano sinonimo di eccellenza.
- Alcuni grandi gruppi internazionali (Torres, Trapiche, Jackson Family Wines, Sogrape) hanno dimostrato di saper produrre sia vini commerciali sia etichette premium di alta qualità, mantenendo separate filiere e risorse.
Il punto, dunque, non è la dimensione in sé, ma la disponibilità e la gestione di vigneti di alta qualità. Se un’azienda dispone (o può acquisire) uve eccellenti in quantità sufficienti, può fare vino pregiato in quantità significative. Ma è raro, difficile e – soprattutto – molto costoso.
Produrre fine wine su larga scala non è impossibile, ma è l’eccezione, non la regola. La qualità è radicata nel vigneto, e l’artigianalità, nel vino, ha ancora un peso decisivo. Tuttavia, alcuni grandi gruppi hanno dimostrato che, con visione e rispetto per la materia prima, si può sfidare la logica del “piccolo è meglio” e costruire modelli produttivi virtuosi. Il pregiudizio verso i grandi nomi ha senso quando la qualità scende, ma non va assolutizzato. Il futuro del vino – tra sostenibilità economica e valore percepito – potrebbe passare proprio da chi saprà coniugare scala e autenticità.
Punti chiave:
- La qualità del vino è strettamente legata alla qualità dell’uva, che a sua volta dipende da vigneti di alta gamma, spesso difficili da reperire su larga scala.
- Il concetto di “fine wine” è difficile da definire, ma può essere riassunto in “vini di cui vale la pena parlare”, quelli che raccontano un luogo o una storia.
- Il vino è un prodotto poco scalabile, a differenza di birra o spirits, proprio per la sua dipendenza dal terroir.
- Esistono eccezioni virtuose: Champagne, Bordeaux e alcune grandi aziende internazionali dimostrano che la qualità può convivere con la quantità.
- Le acquisizioni di piccoli produttori da parte di grandi gruppi comportano spesso un abbassamento della qualità, a meno che non si preservi il controllo sui vigneti.












































