Il vino italiano naviga a vista, privo di un piano strategico nazionale per affrontare le sfide globali come il calo dei consumi e la crisi climatica. Mentre l’Australia presenta un piano concreto per il 2025-2030, il settore italiano, ricco di potenziale, resta frammentato e rischia di perdere competitività senza una visione condivisa e una regia centrale.
In un mondo che cambia a una velocità impressionante – dai mercati internazionali sempre più imprevedibili alla crisi climatica, passando per consumatori in continua evoluzione – il vino italiano continua a farsi trovare impreparato sul fronte più importante: la strategia.
Nonostante i segnali d’allarme siano ormai evidenti (consumo globale in calo, costi in aumento, difficoltà di redditività, perdita di appeal tra i giovani) l’Italia del vino non è ancora riuscita a dotarsi di un piano strategico nazionale. Nessuna visione condivisa, nessuna roadmap a cinque o dieci anni, nessuna regia centrale che provi almeno a unire i tanti soggetti della filiera.
Eppure, la materia prima non manca: abbiamo uno dei patrimoni ampelografici più ricchi del mondo, una biodiversità territoriale unica, un’enorme tradizione enogastronomica e una reputazione globale ancora forte. Ma senza una visione comune, tutto questo rischia di sgretolarsi sotto il peso delle pressioni attuali.
A confermare quanto l’assenza di pianificazione strategica sia ormai un’anomalia tutta italiana, arriva in questi giorni il nuovo Strategic Plan 2025–2030 presentato da Wine Australia. Un documento lucido, concreto, costruito sulla base di una consultazione nazionale durata un anno, che affronta i problemi reali del settore australiano (che non sono poi così diversi dai nostri) e propone azioni misurabili, investimenti concreti, tempistiche definite.
Il piano ruota attorno a sei assi tematici, condivisi da tutta la filiera produttiva australiana:
- Our place and product: difendere e valorizzare l’identità dei territori e dei vini;
- Our markets: diversificare e rafforzare la presenza nei mercati internazionali;
- Our consumers, customers and community: ascoltare e rispondere ai cambiamenti nei comportamenti dei consumatori;
- Our sustainability: mettere in pratica i principi ESG e le strategie di sostenibilità climatica, sociale ed economica;
- Our people: formare, attrarre e trattenere talenti nella filiera;
- Our systems and infrastructure: adottare strumenti digitali, dati e tecnologie per migliorare processi e decisioni.
Un esempio su tutti: il problema dell’oversupply, ovvero l’eccesso di produzione rispetto alla domanda. In Italia ci si lamenta, in Australia si agisce. Nel piano è previsto lo sviluppo di un Registro Nazionale dei Vigneti, strumenti digitali per monitorare domanda e offerta, dati sempre aggiornati per orientare le scelte produttive. Non si pretende di risolvere tutto in pochi mesi, ma si crea un percorso. Si dà una direzione.
Altro tema centrale: la sostenibilità, affrontata non come un’etichetta da esibire, ma come leva economica concreta. L’obiettivo australiano? Ridurre le emissioni del 42% entro il 2030, sviluppare packaging circolari, aumentare la carbon literacy degli operatori. Anche qui, obiettivi misurabili, campagne informative, strumenti operativi.
Leggi anche: Vino in transizione: gli ingredienti del cambiamento
E noi?
In Italia si continua a parlare (molto), a raccontare (benissimo), ma a pianificare quasi nulla. I tavoli di confronto ci sono, certo, ma raramente producono documenti strategici concreti. Manca il coraggio di mettere nero su bianco le priorità, di fare scelte, di individuare strumenti di governance nazionale e, soprattutto, di misurare i risultati. Siamo ancora ancorati alla logica del “ci penserà qualcun altro”.
Il paradosso è che il nostro settore è pieno di talenti, esperienze, aziende visionarie. Ma manca un quadro in cui farle crescere in modo coordinato. Il risultato? Un settore che eccelle a livello micro ma si frammenta a livello macro.
È arrivato il momento di chiederci: vogliamo continuare a piangerci addosso o iniziare a costruire il futuro?
Un piano strategico nazionale non deve essere un documento burocratico, ma una bussola collettiva, un riferimento che aiuti le aziende (grandi e piccole) a orientarsi, ad affrontare la complessità con strumenti condivisi. E soprattutto a non restare da sole.
Serve una regia. Serve ascolto. Serve concretezza. Ma soprattutto, serve smettere di pensare che “il sistema si aggiusterà da solo”. Perché, se non lo progettiamo oggi, quel futuro che tanto temiamo rischia di travolgerci davvero.
Leggi anche: Navigare tra gli iceberg: la rotta incerta del mondo del vino
Punti chiave
- Vino italiano senza una strategia nazionale condivisa per affrontare le sfide del mercato globale e della crisi climatica.
- L’Australia agisce con un piano strategico 2025-2030, basato su dati, obiettivi misurabili e azioni concrete per l’intera filiera.
- Serve una regia centrale per unire i talenti del settore, superare la frammentazione e costruire un futuro competitivo e sostenibile.












































