L’accordo UE-Mercosur fa esplodere il “grande paradosso” del settore agricolo italiano ed europeo: un export vinicolo pronto a conquistare il Sud America affronta la rabbia di chi invoca il protezionismo. Tra dazi abbattuti e lo spettro della concorrenza sleale, emerge il cortocircuito di un settore che punta al libero mercato, ma trema quando le frontiere si aprono davvero.
Il 17 gennaio 2026 scorso passerà alla storia come il giorno in cui la diplomazia commerciale tra Europa e Sud America ha finalmente sciolto un nodo lungo vent’anni. Ad Asunción, la firma del trattato UE-Mercosur ha sancito la nascita di una delle zone di libero scambio più vaste del pianeta.
Tuttavia pochi giorni dopo (21-22 gennaio 2026), il Parlamento europeo ha bloccato l’accordo di libero scambio UE-Mercosur, rinviandone l’esame alla Corte di Giustizia dell’Unione Europea (CGUE) per verificarne la compatibilità giuridica. La decisione, passata con 334 voti a favore e 324 contrari, congela il trattato — che coinvolge Brasile, Argentina, Paraguay, Uruguay e Bolivia — per almeno 18/24 mesi.
Lo stop è avvenuto in un contesto di accese proteste degli agricoltori europei e di alcune organizzazioni di settore che hanno manifestato forte dissenso nei confronti dell’accordo, mentre alcune associazioni industriali hanno espresso preoccupazione per il ritardo, definendolo un’opportunità mancata per l’accesso a un mercato di 700 milioni di consumatori. È la storia di un cortocircuito ideologico profondo, che vede gli agricoltori italiani ed europei stretti tra l’orizzonte di nuove opportunità e il terrore di un mercato che hanno contribuito a invocare, ma che ora faticano a gestire e ad accettare.
Per capire la portata del “premio” in palio, basta guardare i numeri. Le esportazioni di vino italiano nel 2024 hanno toccato la cifra record di 8,1 miliardi di euro, con una crescita del 5,5%. Un risultato straordinario, che però nasconde una fragilità: l’eccessiva dipendenza dai mercati tradizionali come gli Stati Uniti, dove lo spettro dei dazi è una minaccia costante.
In questo contesto, l’accordo Mercosur agisce come un detonatore di opportunità. Paesi come il Brasile hanno finora protetto il proprio mercato con dazi proibitivi: il 27% sui vini fermi e addirittura il 35% sugli spumanti. L’intesa siglata ad Asunción prevede l’abbattimento di oltre il 90% di queste tariffe. Per il Prosecco, ad esempio, non si tratta solo di vendere di più a prezzi più competitivi, ma di ottenere finalmente una protezione legale contro le imitazioni. L’accordo riconosce e tutela 57 Indicazioni Geografiche (IG) italiane, mettendo fine all’era in cui “falso Barolo” o “simil-Grana” potevano circolare liberamente nei supermercati di San Paolo o Buenos Aires.
Il grande paradosso: liberisti nelle urne, protezionisti in piazza
Qui, però, emerge una contraddizione che non può rimanere sottaciuta. La maggioranza degli agricoltori che oggi protesta appartiene a un bacino elettorale che, storicamente e culturalmente, sostiene partiti di impronta neoliberista. È un elettorato che inneggia alla libertà d’impresa, alla riduzione della burocrazia statale e alla centralità del mercato. Tuttavia, nel momento in cui la politica attua esattamente quei principi di libero scambio promessi, il settore reagisce cercando rifugio nel protezionismo di Stato.
Si assiste a un fenomeno singolare: si chiede al governo e all’Europa di intervenire, di bloccare le merci straniere e di aumentare i sussidi, pur sapendo che l’agricoltura europea è già oggi uno dei settori più assistiti al mondo. È il paradosso di chi vuole i benefici della globalizzazione per esportare le proprie eccellenze, ma rifiuta di accettarne i rischi quando si tratta di importare materie prime. Non si può essere liberisti quando si vende e statalisti quando si deve competere.
Sicurezza alimentare e dumping: la sfida della reciprocità
Sarebbe tuttavia ingiusto non riconoscere le ragioni profonde del malessere. La paura dei produttori non è solo legata al prezzo, ma alla sicurezza alimentare. Gli agricoltori italiani operano seguendo gli standard più rigorosi al mondo: limiti ferrei sull’uso di pesticidi, norme stringenti sul benessere animale e protocolli ambientali che i giganti del Mercosur spesso ignorano.
Il timore è che l’Europa venga inondata di carne bovina o cereali prodotti a costi stracciati grazie a standard inferiori, creando una forma di dumping sociale, ambientale e sanitario. È un timore fondato. La strada tracciata dalla Commissione Europea punta sulle cosiddette clausole speculari: imporre che i prodotti importati rispettino gli stessi criteri di quelli europei.
Queste clausole servono a garantire che non entri in Europa cibo prodotto con metodi vietati da noi. Resta il divieto assoluto di importare carne trattata con ormoni della crescita. Inoltre, l’accordo vincola i paesi del Mercosur al rispetto degli impegni sul clima dell’Accordo di Parigi. La Commissione Europea ha istituito un sistema di controllo trimestrale. Se emerge che i prodotti importati non rispettano gli standard sanitari o di benessere animale equivalenti a quelli europei, scatta il blocco delle importazioni.
Consapevole dello stress che il mercato potrebbe subire, l’UE ha stanziato un fondo specifico di 6,3 miliardi di euro dedicato esclusivamente alla gestione delle crisi di mercato agricolo legate a questo trattato. A questo si aggiungono 10 miliardi di risorse extra per la PAC e l’eliminazione dei dazi sui fertilizzanti importati, una misura pensata per abbassare immediatamente i costi di produzione dei nostri agricoltori e renderli più competitivi.
Oltre la protesta, verso la coerenza
Invece di demonizzare l’accordo, il settore dovrebbe pretendere che la politica vigili sull’applicazione di queste clausole speculari. L’alternativa è l’isolamento: restare chiusi in un fortino mentre il resto del mondo corre, mettendo in luce l’incoerenza di una visione del mondo che si accetta solo quando conviene.
Il vero progresso per l’agricoltura italiana non passa per il rifiuto del futuro, ma per la capacità di essere competitivi e coerenti. Non si può essere favorevoli al libero mercato a giorni alterni. La sfida del Mercosur ci obbliga a scegliere: vogliamo essere protagonisti di un mercato globale regolato o spettatori impauriti che chiedono aiuto allo Stato dopo aver gridato “meno Stato” alle urne?
Punti chiave:
- L’accordo UE-Mercosur agisce come un detonatore di opportunità e prevede l’abbattimento di oltre il 90% dei dazi.
- Emerge un cortocircuito ideologico tra il sostegno politico al neoliberismo e la richiesta di protezione statale da parte degli imprenditori agricoli e delle associazioni durante le proteste.
- L’intesa garantisce la tutela legale per 57 Indicazioni Geografiche italiane, contrastando attivamente il fenomeno del falso Made in Italy in Sud America.
- Sono previste clausole di salvaguardia rapide che permettono il ripristino dei dazi se le importazioni superano una soglia critica del 5%.
- Le clausole speculari impongono ai prodotti sudamericani il rispetto degli standard sanitari e ambientali europei per evitare forme di dumping sleale.












































