L’intesa di libero scambio tra Unione Europea e Australia segna una svolta storica per l’export, abbattendo dazi milionari ma accendendo una dura disputa sul marchio Prosecco. Tra la soddisfazione del Consorzio per le nuove restrizioni e l’indignazione di produttori come Sandro Bottega, l’accordo ridefinisce i confini delle denominazioni protette in un mercato globale sempre più competitivo.
Il lungo braccio di ferro commerciale tra Bruxelles e Canberra ha finalmente trovato un punto di caduta, il 24 marzo scorso UE e Australia hanno concluso i negoziati. L’accordo di libero scambio, annunciato ufficialmente durante la visita della presidente della Commissione Europea Ursula von der Leyen in Australia, segna una svolta epocale per l’interscambio tra i due blocchi. Se da un lato l’intesa promette di iniettare linfa vitale nell’economia europea — con stime di crescita delle esportazioni fino al 33% nel prossimo decennio — dall’altro ha riaperto una ferita profonda nel mondo del vino italiano, scatenando una vera e propria “guerra delle bollicine”.
Un’economia da 30 trilioni e l’addio ai dazi
L’accordo non è solo una questione di etichette, ma un colossale motore economico. Il Primo Ministro australiano, Anthony Albanese, ha salutato l’intesa come un’opportunità generazionale: “Questo accordo crea grandi e nuove opportunità per gli esportatori australiani nell’enorme economia da 30 trilioni di dollari dell’Unione Europea”.
Per il settore vitivinicolo australiano, i benefici sono immediati. La rimozione delle tariffe sulle esportazioni verso l’UE comporterà un risparmio stimato di 14,5 milioni di dollari all’anno. Lee McLean, CEO di Australian Grape & Wine (AGW), ha definito il risultato “commercialmente significativo”, ricordando che nel solo 2025 ben 245 esportatori australiani hanno spedito in Europa 76 milioni di litri di vino, per un valore di 143 milioni di dollari.
Tuttavia, il cuore della discordia risiede nel nome di quel vino che, negli ultimi anni, è diventato un fenomeno globale: il Prosecco.
Il “caso Prosecco”: compromesso o resa?
L’intesa stabilisce una distinzione netta tra mercato interno e internazionale. I produttori australiani potranno continuare a utilizzare il termine “Prosecco” per il mercato domestico (un business che vale circa 200 milioni di dollari l’anno), ma dovranno cessare ogni esportazione con questo nome entro un periodo di transizione di dieci anni.
Mentre Lee McLean accusa l’Europa di applicare “misure protezionistiche utilizzate per distorcere il commercio”, sostenendo che Prosecco sia il nome di un vitigno e non solo di una regione, in Italia le reazioni sono diametralmente opposte.
La voce del dissenso: “Un precedente pericoloso”
Per Sandro Bottega, titolare di Bottega Spa (che nel 2025 ha sfiorato i 100 milioni di fatturato), l’accordo è un colpo durissimo. “Se verrà ratificata ne conseguiranno centinaia di milioni di euro di danni ancora una volta a carico dei lavoratori e delle imprese, vittime di burocrati incompetenti e di un’Europa distratta e scollata dalla realtà oggettiva”, attacca Bottega, definendo l’intesa un “patto scellerato, assurdo, inaccettabile che mi auguro venga quanto prima bloccato”.
Il timore di Bottega è che questa deroga, mai concessa prima dall’UE, crei un effetto domino: “Si creerebbe un precedente pericoloso, col rischio che anche altri Paesi possano avviare produzioni interne di Prosecco”. L’Italia, secondo l’imprenditore, sta dimostrando debolezza rispetto alla Francia che è riuscita a proteggere denominazioni prestigiose come Champagne e Bordeaux.
La posizione del Consorzio: “Più restrizioni di prima”
Di parere diverso è Giancarlo Guidolin, Presidente del Consorzio del Prosecco Doc. Contattato telefonicamente, Guidolin esprime un giudizio “sostanzialmente positivo” e legge tra le righe dell’accordo una vittoria tattica. Secondo Guidolin, l’intesa garantisce “uno scenario di maggiore restrizione” per i produttori australiani. “Quello che si concorda non è nulla di più di quello che c’è già”, precisa il Presidente. La vera novità è che l’Australia, pur continuando a usare il nome come vitigno al proprio interno, “proteggerà l’indicazione geografica Prosecco e pertanto si ritiene che non abbia più ragioni di opporsi alle nostre richieste di protezione anche nei Paesi terzi”.
Le nuove regole impongono infatti ai produttori australiani di:
- utilizzare obbligatoriamente un riferimento preciso all’origine: “Il vitigno Prosecco per gli australiani dovrà essere indicato nello stesso campo visivo di una loro eventuale IG, come ad esempio ‘King Valley Prosecco’, o del marchio aziendale. Non si potrà più scrivere Prosecco tout court“. Per adeguarsi a questa regola, avranno due anni di tempo.
- eliminare dalle etichette ogni riferimento iconografico all’Italia: “Non potranno più utilizzare bandiere italiane, gondole, colossei, arene e quant’altro per cercare di indurre in errore il consumatore circa l’origine. Diventano vietati anche riferimenti scritti come ‘Ciao Prosecco’. Anche per smaltire le etichette attuali viene dato un tempo di adeguamento di due anni”.
- Rispettare il periodo di transizione (phasing out) di dieci anni per le esportazioni verso mercati terzi. A questo proposito, Guidolin sottolinea una data cruciale che indebolisce l’export australiano: “Attualmente il primo mercato export è la Nuova Zelanda che sarà chiuso al Prosecco australiano a partire dal 1° maggio del 2029“, in virtù di un accordo già siglato tra Europa e Nuova Zelanda.
Rispondendo ai timori di un “effetto domino”, Guidolin è categorico: “Che questo costituisca un precedente non è possibile, perché non ci sono altri soggetti che abbiano depositato la varietà presso l’OIV (Organizzazione Internazionale della Vigna e del Vino)”. Degli altri sette Paesi che utilizzano la varietà, come Brasile e Argentina, Guidolin ricorda che le dinamiche sono già regolate: “Per l’Argentina c’è un phasing out di cinque anni dall’entrata in vigore dell’accordo sul Mercosur, previsto provvisoriamente per il 1° maggio di quest’anno. Per il Brasile ci sono 10 anni”.
Il Presidente smentisce inoltre la narrazione secondo cui la denominazione non verrebbe tutelata: “Il Prosecco verrà protetto in tutti i Paesi dove è attualmente protetto. Noi abbiamo una protezione europea, ma siamo protetti ai sensi della normativa canadese in Canada, russa in Russia, cinese in Cina, indiana in India. Non ci sono state concessioni ulteriori agli australiani rispetto a quelle che avevano. Al contrario, sono state imposte delle limitazioni”. Anzi, osserva Guidolin, il fatto stesso che i produttori australiani definiscano l’accordo “una misura protezionistica usata per distorcere il commercio a vantaggio dei produttori europei” è la prova che si tratta di un buon compromesso per l’Italia.
Non solo vino: dai formaggi al litio
Sebbene il Prosecco occupi il centro della scena, l’accordo Ue-Australia ridisegna le regole per molti altri prodotti:
- Settore caseario: i produttori australiani potranno continuare a vendere “parmesan”, mentre l’uso di nomi come “feta” e “gruyere” sarà soggetto a restrizioni molto più severe.
- Materie prime critiche: l’Europa si assicura l’accesso agevolato a risorse strategiche per la transizione energetica, come litio e idrogeno.
- Automotive: l’Australia eliminerà i dazi sulle auto prodotte in Europa, favorendo i marchi del Vecchio Continente.
L’intesa include anche un nuovo partenariato per la sicurezza e la difesa, segno che il legame tra Bruxelles e Canberra sta andando ben oltre il semplice scambio di merci.
Un futuro di “acque agitate”
Resta da capire se il periodo di transizione di dieci anni basterà a placare gli animi o se, come teme Sandro Bottega, il marchio Prosecco uscirà “svuotato di significato” da questa apertura. Per ora, l’unica certezza è che il commercio globale sta navigando, per usare le parole del Ministro del Commercio australiano Don Farrell, in “acque agitate”, dove la tutela dell’identità culturale e le necessità del libero mercato faticano a trovare un equilibrio perfetto. L’accordo è siglato, ma la sfida per l’autenticità del Made in Italy nel mondo è appena entrata in una nuova, complessa fase.
Punti chiave:
- L’accordo prevede l’eliminazione totale dei dazi doganali sui vini australiani verso l’UE, con un risparmio stimato di 14,5 milioni di dollari annui.
- I produttori australiani mantengono il diritto di usare il nome Prosecco per il mercato interno, ma dovranno cessare ogni esportazione con il marchio “Prosecco” entro dieci anni.
- Le nuove norme impongono l’uso della dicitura Australian Prosecco e vietano grafiche evocative dell’Italia, come gondole o monumenti, sulle etichette straniere.
- Il produttore Sandro Bottega critica l’intesa definendola un precedente pericoloso che rischia di indebolire la protezione delle Indicazioni Geografiche italiane nel mondo.
- L’intesa garantisce all’Europa l’accesso facilitato a materie prime critiche come litio e idrogeno, prevedendo una crescita dell’export UE del 33% nel prossimo decennio.
















































