Il nuovo divieto sugli alcolici a Damasco non è solo una restrizione commerciale, ma il simbolo di una profonda lotta identitaria nella Siria post-Assad. Tra proteste di piazza e timori di segregazione religiosa, il governo di Ahmed al-Sharaa sfida l’anima cosmopolita della capitale, riaccendendo il dibattito sul delicato equilibrio tra precetti religiosi e libertà individuali.

Nelle stradine medievali della Città Vecchia, l’odore del caffè e del tabacco sta lentamente sostituendo quello del vino e dell’arak. A quindici mesi dalla caduta di Bashar al-Assad, la Damasco che per decenni ha cercato di proiettare un’immagine di secolarismo e tolleranza si trova oggi a fare i conti con una nuova realtà.

Un recente decreto del governatorato ha imposto un divieto quasi totale alla vendita e al consumo di alcolici nei bar e nei ristoranti della capitale, segnando uno dei passi più decisi del governo ad interim guidato da Ahmed al-Sharaa verso l’applicazione di una visione sociale profondamente conservatrice.

Il decreto della discordia

La nuova norma non lascia spazio a interpretazioni: i proprietari di locali notturni e bar hanno tre mesi di tempo per convertire le proprie licenze in semplici permessi per caffè o ristoranti senza alcol. La vendita di alcolici è stata relegata esclusivamente a bottiglie sigillate per l’asporto, e solo in alcuni quartieri a maggioranza cristiana come Bab Touma, al-Qassaa e Bab Sharqi.

Ma le restrizioni non finiscono qui. Ogni punto vendita deve rispettare distanze ferree: almeno 75 metri da luoghi di culto e scuole, e almeno 20 metri da strutture di sicurezza. Per molti commercianti, si tratta di una condanna a morte professionale. Un proprietario di un bar a Damasco, rimasto anonimo per timore di ritorsioni, ha già annunciato la chiusura: “Le persone non vengono qui per la pizza o per la shisha. Non ha senso trasformare il mio locale in una caffetteria”.

Le proteste: la posta in gioco è la libertà civile

Domenica scorsa, centinaia di cittadini di diverse fedi si sono radunati in piazza a Bab Touma per protestare contro quella che considerano un’ingerenza inaccettabile nella vita privata. Tra le bandiere siriane e i cori che inneggiano all’unità, il messaggio è chiaro: la posta in gioco è la libertà civile.

“Non si tratta di voler bere necessariamente alcolici, si tratta di libertà personale”, ha spiegato Isa Qazah, uno scultore di 45 anni presente alla manifestazione. “Siamo venuti qui per difendere un’idea”.

A fargli eco è l’attivista pro-democrazia Roba Hanna, tornata recentemente in Siria dal Canada: “Coloro che hanno firmato questa decisione non capiscono il tessuto sociale della Siria. Associando il consumo di alcol alla violazione della morale pubblica, avete stigmatizzato i vostri stessi cittadini. Un cittadino siriano maturo e adulto non ha bisogno di questo tipo di tutela”.

Lo spettro del settarismo

Uno dei punti più critici del decreto riguarda la sua potenziale capacità di esacerbare le tensioni settarie. Limitare la vendita di alcolici solo ai quartieri cristiani rischia di trasformare queste zone in ghetti morali, alimentando una segregazione che la Siria post-bellica non può permettersi.

Fawaz Bahauddin Khawja, un avvocato cristiano, ha espresso duramente la propria preoccupazione durante i raduni: “In che modo i nostri quartieri violano il decoro pubblico? La divisione che questo crea è ingiusta e irresponsabile. Questa è la vera faccia di Damasco, l’unica bandiera che alziamo è quella siriana”.

Anche all’interno della stessa comunità cristiana il dibattito è acceso. Il Ministro degli Affari Sociali, Hind Kabawat, ha postato un messaggio in difesa della propria comunità, sottolineando che i loro quartieri “non sono luoghi per l’alcol, ma il cuore di Damasco”, rifiutando l’etichetta di “zona franca” per i vizi.

La tendenza islamista radicale

Il divieto dell’alcol non è un episodio isolato. Negli ultimi mesi, la Siria ha visto una serie di restrizioni che riflettono la crescente influenza delle correnti islamiste più radicali. Dal divieto per le dipendenti pubbliche di indossare il trucco a Latakia, all’obbligo di costumi da bagno coprenti, fino al divieto per gli uomini di lavorare nei negozi di abbigliamento femminile ad al-Tal.

Queste misure stridono con le promesse iniziali di al-Sharaa, ex comandante legato ad al-Qaeda che ha cercato di rassicurare la comunità internazionale e le minoranze interne promettendo uno Stato governato dallo stato di diritto e dal rispetto dei trattati sui diritti umani. Mohammad al-Abdullah, del Syria Justice and Accountability Center, ha fatto notare che il decreto contraddice l’Articolo 12 della Dichiarazione Costituzionale approvata lo scorso anno, che recepisce i trattati internazionali a tutela delle libertà individuali.

Tra economia e sopravvivenza

Mentre la politica discute di morale, la realtà economica morde. Con un’economia in ginocchio dopo 14 anni di guerra civile, molti temono che queste misure colpiranno duramente il turismo e l’occupazione. Tuttavia, per una parte della popolazione, il dibattito appare quasi frivolo rispetto alla lotta quotidiana per il cibo. “Coloro che hanno subito gli orrori della guerra non si preoccupano dell’alcol”, sostiene Mahmoud al-Khatab, un gioielliere di Aleppo. “Si preoccupano di come dare da mangiare alle proprie famiglie”.

Le autorità di Damasco, nel tentativo di sedare le polemiche, hanno rilasciato una nota di scuse alla popolazione cristiana per eventuali “malintesi”, precisando che gli hotel saranno risparmiati dalle restrizioni. Una concessione che però non sembra bastare a chi vede nel decreto il primo passo verso una trasformazione radicale della società siriana in senso teocratico.

La battaglia per l’alcol a Damasco rimane, in ultima analisi, la metafora di una sfida più grande: la ricerca di un equilibrio tra le tradizioni religiose della maggioranza e l’aspirazione a una modernità pluralista che sembra, giorno dopo giorno, allontanarsi dall’orizzonte.


Punti chiave:

  1. Il governatorato di Damasco ha imposto la conversione di bar e nightclub in caffè o ristoranti (senza alcol), concedendo ai proprietari tre mesi per adeguarsi.
  2. La vendita di alcolici è ora limitata esclusivamente all’asporto e confinata in pochi quartieri a maggioranza cristiana come Bab Touma.
  3. Centinaia di manifestanti sono scesi in piazza per difendere la libertà di scelta e denunciare il rischio di una pericolosa segregazione settaria.
  4. Il decreto si aggiunge a una serie di recenti restrizioni su abbigliamento e trucco, sollevando dubbi sulle reali intenzioni pluraliste del nuovo governo.
  5. Esperti legali segnalano che il divieto potrebbe violare la Dichiarazione Costituzionale siriana che recepisce i trattati internazionali sui diritti umani.