L’Argentina si prepara a cambiare radicalmente le regole del vino. La spinta alla deregulation voluta dal Governo Milei promette meno burocrazia e maggiore libertà per le imprese, ma apre interrogativi su origine, tracciabilità, qualità e futuro della COVIAR. Una svolta che potrebbe mettere alla prova identità e patrimonio territoriale.
La parola chiave, in Argentina, è deregulation. E il vino è diventato uno dei terreni più delicati dello scontro tra il progetto economico ultraliberista del Governo di Javier Milei e un comparto che, negli ultimi decenni, ha costruito una parte importante della propria identità proprio attraverso regole, controlli e valorizzazione dell’origine.
Il progetto elaborato dal “Ministerio de Desregulación y Transformación del Estado” guidato da Federico Sturzenegger propone infatti una revisione profonda della legislazione vitivinicola. Non si tratta soltanto di alleggerire qualche adempimento burocratico: la proposta interviene sulla definizione stessa di vino, sul ruolo dell’Instituto Nacional de Vitivinicultura (INV), sul confezionamento in origine, sulle certificazioni e sulla Corporación Vitivinícola Argentina (COVIAR).
L’obiettivo paventato: dalla burocrazia al mercato?
La filosofia del Governo è chiara: ridurre i controlli considerati ridondanti e lasciare al mercato un ruolo maggiore nel determinare competitività, qualità e modalità produttive.
È una linea già avviata. Nel novembre 2025 l’INV ha approvato un nuovo compendio normativo che ha riordinato la legislazione del settore: su 1.207 norme censite, 973 sono state abrogate, con l’obiettivo dichiarato di eliminare disposizioni obsolete e semplificare il quadro regolatorio.
Anche sul piano operativo il processo è proseguito nel 2026. Una delle modifiche ha riguardato, per esempio, i vini con sedimenti o torbidità: l’INV ha riconosciuto che queste caratteristiche possono essere proprie di determinate tecniche produttive a intervento minimo e non costituiscono di per sé un problema di idoneità al consumo. Ma la nuova bozza progettuale fa un passo ulteriore.
Meno vincoli sull’origine del vino
Uno dei passaggi più sensibili riguarda la definizione di vino genuino contenuta nella legge 14.878. La normativa attuale fa riferimento alla fermentazione dell’uva fresca e matura o del mosto di uva fresca, mentre la proposta eliminerebbe il riferimento alla “freschezza” del mosto e allenterebbe il vincolo che lega la produzione alla zona nella quale è stata ottenuta la materia prima.
Il cambiamento può sembrare tecnico, ma ha conseguenze potenzialmente importanti. Una maggiore libertà nel trasferimento e nella lavorazione di uve, mosti e vini potrebbe rendere la filiera più flessibile ed economicamente efficiente, consentendo di organizzare produzione e imbottigliamento in funzione delle convenienze industriali e logistiche.
Allo stesso tempo, però, si apre una questione centrale: quanto territorio rimarrà dentro il vino?
Il progetto prevede infatti anche l’eliminazione dell’obbligo di frazionamento e confezionamento in origine, una regola che per anni ha contribuito a mantenere nelle province produttrici una parte significativa del valore aggiunto.
Origine e certificazioni: da obbligo a scelta?
Un altro elemento destinato a far discutere riguarda i controlli relativi a origine, annata e varietà. Secondo le ricostruzioni del progetto, alcune certificazioni oggi inserite nel sistema di controllo potrebbero diventare volontarie. Il principio sarebbe quello di lasciare al produttore maggiore libertà e affidare al mercato il compito di premiare le aziende capaci di dimostrare qualità e reputazione.
È esattamente su questo punto che si dividono le due visioni:
- Per i sostenitori della riforma, un consumatore informato continuerà a scegliere i vini di maggiore qualità e identità territoriale anche in un mercato meno regolamentato;
- Per i critici, invece, la reputazione costruita dall’Argentina sui concetti di origine, qualità e tracciabilità rischia di diventare più fragile.
Sergio Villanueva, gerente della Unión Vitivinícola Argentina, ha definito il progetto non una semplice deregulation, ma un possibile “cambio di sistema”, sostenendo che il rischio sia quello di passare da un modello fondato su origine e tracciabilità a uno maggiormente orientato a quantità, concentrazione e materie prime a basso costo.
Il nodo COVIAR
La partita riguarda anche la Corporación Vitivinícola Argentina (COVIAR), nata nel 2004 per coordinare l’attuazione del Plan Estratégico Argentina Vitivinícola 2020.
Qui la situazione è particolarmente delicata. Nell’aprile 2026 il Governo ha stabilito la conclusione del PEVI e la fine dei contributi obbligatori destinati a finanziarlo. La misura, tuttavia, non ha formalmente sciolto la COVIAR, che avrebbe potuto continuare a operare attraverso finanziamenti volontari.
La successiva controversia giudiziaria ha però complicato ulteriormente il quadro: nel giugno 2026 la giustizia federale ha accolto una misura cautelare promossa dalla COVIAR, sospendendo temporaneamente gli effetti della Risoluzione 55/2026 e disponendo la prosecuzione della raccolta dei contributi obbligatori.
La nuova bozza di progetto legislativo punta ora a intervenire direttamente sulla questione, prevedendo la deroga della legge 25.849 e la liquidazione della COVIAR, con il trasferimento delle risorse residue all’INV.
Libertà o perdita di identità?
È questa, in fondo, la domanda che va oltre la singola riforma. L’Argentina ha costruito la propria immagine internazionale del vino intorno a territori riconoscibili, vitigni identitari e denominazioni capaci di raccontare un’origine. Malbec e Mendoza, prima di essere categorie commerciali, sono diventati nel tempo un linguaggio riconoscibile sui mercati internazionali.
Ridurre la burocrazia può certamente significare meno costi, maggiore rapidità e più libertà d’impresa. E alcuni interventi del Governo hanno già prodotto una significativa semplificazione normativa. Ma deregolamentare non significa automaticamente creare un mercato migliore: dipende da quali regole vengono eliminate e da quali strumenti rimangono per tutelare consumatore, produttore e territorio.
Il dibattito argentino è quindi tutt’altro che teorico. La vera sfida sarà capire se il mercato sarà davvero capace di remunerare qualità, origine e identità oppure se, in assenza di alcuni vincoli, finiranno per prevalere soprattutto economie di scala e riduzione dei costi.
Per ora, è importante ricordarlo, non si tratta ancora di una nuova legge in vigore: il provvedimento è in bozza e il suo iter legislativo resta aperto. Ma il messaggio politico è già molto chiaro. Dopo decenni di costruzione istituzionale, il vino argentino si trova davanti a una possibile svolta: meno Stato, più mercato.
Personalmente guardo con una certa cautela a questa presa di posizione ideologica, soprattutto quando viene applicata a settori come quello vitivinicolo nei quali il valore non è fatto soltanto di efficienza e competitività, ma anche di territorio, identità, qualità e patrimonio collettivo. La storia economica degli ultimi decenni ci ha mostrato più volte che lasciare semplicemente più spazio al mercato non significa necessariamente ottenere un mercato migliore. A volte significa soltanto lasciare che siano i soggetti più forti, più grandi o, molto più spesso, più capaci di comprimere i costi a dettare le regole.
La deregulation può essere utile quando elimina burocrazia inutile, vincoli anacronistici e ostacoli all’innovazione. Ma semplificare non dovrebbe significare rinunciare alle garanzie che tengono insieme un sistema. Nel vino questo equilibrio è ancora più delicato, perché dietro una bottiglia non ci sono soltanto un prodotto e un prezzo: ci sono territori, comunità, generazioni di lavoro e una reputazione costruita nel tempo.
Per questo credo che la vera sfida non sia scegliere tra più Stato o più mercato, ma avere uno Stato che sappia regolamentare bene, senza soffocare, e un mercato che possa competere senza essere lasciato completamente a sé stesso. Perché quando lo Stato si ritira troppo velocemente, il rischio è che a occupare quello spazio non sia la libertà, ma semplicemente chi ha più forza o furbizia per prenderselo.
Punti chiave:
- Il Governo Milei spinge sulla deregulation del settore vitivinicolo, puntando a ridurre burocrazia e vincoli considerati obsoleti.
- Il nuovo progetto potrebbe modificare regole su origine, certificazioni, confezionamento e tracciabilità del vino.
- L’eliminazione dell’obbligo di confezionamento in origine potrebbe spostare parte del valore della filiera fuori dalle aree produttive.
- Al centro della riforma c’è anche il futuro della COVIAR, con l’ipotesi di liquidazione dell’ente.
- La vera questione è trovare un equilibrio tra competitività e tutela dell’identità del vino argentino, evitando che la deregulation si traduca semplicemente in una corsa al ribasso sui costi.

































































