Il fenomeno delle reti di imprese è in costante ascesa (+8,2%) come testimonia il “Report sulle Reti di Imprese in Italia” di Confindustria relativo al I° semestre 2019. I dati confermano il trend positivo già riscontrato durante il 2018 che ha visto un incremento complessivo del +18,9% rispetto all’anno precedente.
I dati relativi al I° semestre 2019 riferiscono un aumento di +422 contratti di rete e +1.870 imprese coinvolte con una diffusione proporzionata su tutto il territorio nazionale (38% al Nord, 37% al Centro e 25% al Sud e nelle Isole) ed una preponderanza delle reti a carattere uniregionale (76%).
Il totale delle reti d’impresa costituite è di 5.557, di cui l’85% reti-contratto (4.743) e il restante 15% di reti con soggettività giuridica (814). Attualmente sul territorio italiano sono ben 33.275 le imprese coinvolte nel “sistema” di reti di imprese.
L’aumento delle imprese in rete ha interessato principalmente Lazio (+342), Veneto (+207), Campania (+163), Lombardia (+153) e Toscana (+141). Le regioni con una minore crescita delle imprese in rete sono state l’Umbria (+12), l’Abruzzo (+10) e il Molise (+8). Le aziende che costituiscono reti di imprese provengono prevalentemente dai settori agricoltura, silvicoltura e pesca (18%), commercio (16%) e attività manifatturiere (16%).
Partendo da questi dati positivi e confortanti, è evidente che il panorama italiano è complesso, le PMI faticano oggi a rimanere competitive senza stringere alleanze e collaborazioni.
In particolare gli investimenti in ricerca e innovazione che consentono di sviluppare progetti determinanti per modernizzare e diversificare l’azienda, sono limitati e modesti per le forti difficoltà a reperire risorse ed a collaborare proficuamente con università e centri di ricerca.
La collaborazione tra imprese, soprattutto tra quelle di medio-piccole dimensioni, rappresenta uno dei principali elementi per aumentare la capacità di competere, innovare i prodotti ed aggredire spazi di mercato difficilmente accessibili in modo autonomo.
Le reti d’impresa preservano l’indipendenza di ogni singola impresa e contestualmente consentono di sfruttare i vantaggi legati ad un maggior capitale usufruibile e potenziale produttivo, come afferma Fabio Piccoli, direttore responsabile di Wine Meridian: “la rete d’impresa decretata con legge 33/2009, consente ad aziende diverse di aggregarsi non sotto forma di società, ma attraverso un contratto di rete che prevede un accordo (non uno statuto) legato ad uno o più obiettivi (export, logistica, presenze a fiere, attività di comunicazione, eventi, etc…). Si tratta di uno strumento caratterizzato da una flessibilità spaventosa”.
Non è previsto un consiglio d’amministrazione o un coordinamento, il programma è scritto dai “retisti” e si potrebbe affermare, utilizzando una locuzione piuttosto desueta, che siamo di fronte ad un “accordo tra gentiluomini” o ad un “matrimonio di interesse”.
Questo può sembrare un limite ma si tratta in realtà della forza delle reti d’impresa che non necessitano del cosiddetto erga omnes del consorzio preposto a definire gli accordi.
Viste le premesse e le tendenze positive che ci riportano i dati, perché nel mondo del vino non ci sono ancora grossi numeri e perdura ancora una certa diffidenza verso questa possibilità?
“La resistenza a fare rete è legata all’individualismo” puntualizza Fabio Piccoli “le reti d’impresa hanno forza se sono complementari, cioè presentano aziende con caratteristiche comuni e interessi comuni ma che necessariamente devono avere diverse dimensioni e provenire da territori eterogenei. Fare una rete d’imprese legate alla stessa zona di provenienza non ha alcun senso, a parte quello della promozione di una denominazione, di un territorio in generale”.
Un ulteriore aspetto oltre alla complementarietà, capace di determinare il buon esito di una rete d’impresa, è la condivisione della filosofia produttiva. Dove c’è unione d’intenti, affinità e fiducia tra i retisti, i risultati non tardano ad arrivare. Se, ad esempio, una rete d’imprese decide congiuntamente di investire sulla figura di un export manager, il vantaggio risiede nella possibilità di affidarsi a lui senza preoccuparsi se fa maggiormente gli interessi di un’azienda piuttosto che di un’altra.
Avere una massa critica e poter contare su un budget molto superiore rispetto a quello che il singolo produttore potrebbe allocare per diverse tipologie di investimento, diventa una notevole opportunità.
Per un importatore relazionarsi con un interlocutore che rappresenta 8/10 realtà produttive che propongono differenti tipologie di vino, è molto più proficuo, immediato ed agevole.
Le reti d’impresa dunque possiedono una forza attrattiva non paragonabile a quella del singolo produttore.
L’efficacia è direttamente proporzionale alla disponibilità di aprirsi, al coraggio e alla convinzione rispetto al progetto. Alcune aziende decidono di creare una rete d’impresa esclusivamente per partecipare al Vinitaly o al ProWein, dato che sarebbe impossibile sostenere autonomamente l’investimento per la presenza.
“Noi agiamo come promulgatori di rete” sostiene Fabio Piccoli, “proponiamo progetti che consentono la massima libertà, matrimoni d’interesse che comprendano al massimo 6/7 aziende e permettano di aprire una ventaglio di possibilità irrealizzabili come singola impresa. Non c’è un atto notarile, si tratta di un contratto di rete, un atto ufficiale che crea un’entità che può accedere anche a finanziamenti (PSR, GAL, etc..)”.
I costi sostenuti fiscalmente, vengono suddivisi tra i vari soggetti aderenti alla rete d’imprese. La suddivisione (sia dei costi che dei profitti) può essere egualmente ripartita oppure (nel caso i retisti abbiano aziende di dimensioni molto diverse) è possibile avvalersi di tabelle codificate che delineano le percentuali in relazione alle bottiglie prodotte ed alla superficie vitata di ogni azienda.
Si potrebbe ritenere che siano esclusivamente le piccole aziende a poter trarre vantaggi dalla costituzione di una rete di imprese ma paradossalmente sono le grandi imprese che stanno sfruttando in maniera più efficace questa chance, perché si sono rese conto che per competere sul mercato è necessario far convergere interessi, prospettive, strutture produttive, logistica ed investimenti.
“Le reti migliori sono quelle in cui vengono coinvolte aziende che hanno già condiviso esperienze ed avuto rapporti proficui” evidenzia Piccoli “la rete deve essere costituita da aziende che pur mantenendo le proprie peculiarità e dimensioni, abbiano una capacità produttiva non troppo dissimile tra loro. La forbice può andare da 200 mila bottiglie (dell’azienda più grande) a 30 mila bottiglie (dell’azienda più piccola). Anche dal punto di vista qualitativo è necessario garantire un equilibrio, evitando di mettere in rete realtà produttive che vendono bottiglie a 25€ con altre che vendono bottiglie a 2€”.
Una volta costituita la rete d’imprese è consigliabile che siano sviluppate attraverso la rete almeno due attività l’anno, una rete non può non dotarsi di un sito responsive (con il dettaglio delle aziende aderenti e gli obiettivi comuni), una brochure, un minimo di attività di comunicazione (newsletter e comunicati stampa) e l’attivazione di un canale social.













































