“What will Boris Johnson’s majority mean for Brexit?”. Questo è quello che titola il “giorno dopo” il The Guardian nel suo articolo di punta firmato da Anand Menon, editorialista e direttore di “The UK in a Changing Europe“, organismo indipendente di ricerca ed analisi delle relazioni tra Uk ed Europa.
Cosa accadrà dunque dopo la vittoria schiacciante del 12 dicembre di Boris Johnson, primo ministro inglese in carica, e del partito dei Tory (conservatori) nelle elezioni di ieri, quelle che sono state etichettate come le “Brexit election”? La maggioranza abbondante di seggi, 364 contro i 203 del Labour party, assicura al partito di Johnson un “breaking point” nel lungo tira e molla degli ultimi mesi che ha diviso il Parlamento inglese tra coloro che supportavano uscita dall’Europa e coloro che lottavano per affermare una rinegoziazione del referendum che ha sancito la Brexit per il popolo inglese.

“Lasceremo l’Europa tra un paio di settimane. Ma non abbiamo certezza del tipo di relazione che il Primo Ministro cercherà con l’Europa” scrive l’esperto nell’articolo.
La cosa più strana? Non sappiamo che tipo di Brexit abbia in mente Boris Johnson.
“I Tories pro-soft Brexit sussurrano che il tipo di approccio che Johnson in realtà ha sempre voluto sia di negoziare una Brexit che abbia un limitato impatto economico e meno danni possibili per il Paese” spiega Menon. “Dall’altro lato gli esponenti dell’ERG, European Research Group, vedono Johnson come il loro biglietto per uno strappo delle relazioni con l’Europa. La promessa di non estendere la transizione, per loro, è una garanzia di un accordo commerciale senza negoziati o di un’uscita secondo i termini della WTO” continua Menon nell’articolo del The Guardian. Dopo la Brexit, infatti, il Regno Unito dovrà ridiscutere i termini di adesione all’Organizzazione mondiale del commercio. Londra è un membro del WTO, ma quando lascerà l’Unione europea dovrà rivedere tutti le tariffe, le quote e sussidi perché quelli attuali sono stati discussi nell’ambito del mercato unico. Dunque le future condizioni di appartenenza dipenderanno molto dai termini della separazione tra Bruxelles e Londra.
La decisione del Primo Ministro inglese determinerà un impatto economico importante sul Paese nel medio termine. Un accordo di libero scambio molto ristretto avrà una ripercussione sul Regno Unito che si aggira attorno al -1,1% e il -2,6% del prodotto interno lordo. Qualora invece si fosse un’uscita con i termini della WTO i numeri sarebbero ancora più preoccupanti: tra il -3,2% e il -4,5%.

Quali saranno i risvolti per il mondo del vino? L’interrogativo rimane, il disorientamento regna sovrano. Secondo le recenti dichiarazioni di Miles Beale, CEO della UK Wine and Spirits Trade Association, la principale associazione di categoria inglese del trade del vino, i produttori non dovranno abbattersi, perché c’è spazio per il business del vino in UK. “Lasceremo l’Unione Europea ma non l’Europa: ci vorranno forse un paio di anni, ma troveremo il modo di continuare a collaborare come abbiamo fatto fino ad oggi” ha detto Beale ai nostri microfoni. “I produttori ci chiedono rassicurazione, ma ad oggi abbiamo alcune risposte, ma non tutte quelle che vorremmo avere. Partiamo dal presupposto che il Regno Unito è tra i mercati principali per il vino con 2,74 milioni di sterline (+3,76% rispetto al 2018), il 99% del vino consumato in UK è importato e il vino italiano fa la parte del leone. Sia nell’on-trade, dove è al primo posto, che nell’off-trade, dove è al secondo, è un brand significativo, dunque non partirei con scenari catastrofici” ha spiegato Beale. “Qualsiasi sia la Brexit, noi vogliamo continuare a fare business e trovare una soluzione” ha concluso l’esperto.

E se una soluzione si può trovare, una cosa è certa, la prossima mossa spetta a Mr Johnson