Si è portati spesso a pensare che uno dei modi migliori per comunicare il vino sia l’utilizzo dei campioni. In effetti con la classica degustazione, le serate, o la partecipazione alle fiere, si raggiungono i clienti i quali però, spesso, sono poco concentrati e distratti da numerosi assaggi precedenti.
Alcuni giorni fa un importante ristoratore toscano mi ha raccontato di aver ricevuto ben 36 bottiglie in omaggio di un vino prodotto da una nuova azienda, la quale ha pensato bene, per diffondere la conoscenza della propria produzione, di coprire tutta l’area facendo un’azione a tappeto sui principali ristoratori.
Inevitabilmente si è creato un terribile effetto a catena, i ristoratori si conoscono tutti e tra loro comunicano e tutto ciò ha screditato immediatamente quel prodotto: chi lo ha usato per il risotto, chi lo ha rispedito al mittente, chi lo ha messo in un angolo a prendere polvere. Di certo è nata la convinzione tra tutti che quell’azienda non funziona: infatti, i prodotti regalati non hanno valore, soprattutto se vengono regalati a tutti!
Alla fine l’azienda si accorgerà che il vino regalato costa veramente troppo. Si sostengono, infatti, i costi di produzione, si hanno meno bottiglie da vendere, ma soprattutto si rischia di compromettere la credibilità prodotto in modo grave.
Credo invece, come affermato più volte, che vi sia un complicato insieme di fattori, tutti ugualmente importanti, i quali, se ben gestiti, possono darci in un arco di tempo adeguato i risultati che il nostro prodotto merita di avere, ed in alcuni rari casi anche risultati superiori rispetto alle reali qualità del nostro vino.
Quasi sempre, però, troviamo vini eccellenti la cui distribuzione è estremamente sottodimensionata rispetto al reale potenziale, a testimonianza di una forte difficoltà di impostare nuovi prodotti sul mercato.
Non lamentiamoci poi se ci pagano il vino al cosiddetto “babbo morto”.












































