Oggi si fa un gran parlare dell’importanza dell’accoglienza in azienda, del ruolo strategico del cosiddetto turismo enogastronomico.
Vi sono però realtà che prima di altre, nei cosiddetti “tempi non sospetti” hanno deciso di aprire le porte agli ospiti diventando assolutamente “trasparenti”.
Tra queste un posto speciale occupa sicuramente Poli Distillerie, un nome che già da solo evoca uno dei prodotti più legati alla storia e la tradizione del nostro Paese, la grappa.
Ed è proprio in questo suggestivo comune, a pochi metri dal mitico ponte che abbiamo incontrato Jacopo Poli che con i fratelli Barbara, Andrea e la moglie Cristina porta avanti una tradizione e un obiettivo: far capire e apprezzare la fatica, la tenacia, ma soprattutto l’Amore racchiuso in un distillato.
Un amore che abbiamo percepito sempre autentico, senza nessuna finzione o manierismo dalla prima all’ultima parola raccontata da Jacopo.
La sua è una storia intimamente legata all’azienda che ha ereditato. E se ogni generazione che dal 1898 si è succeduta nella gestione della distilleria ha lasciato un suo specifico segno, quella di Jacopo sarà certamente ricordata per essere stata quella dell’apertura, dell’accoglienza.
Ma dalle intuizioni infantili alle azioni concrete i passi ovviamente non sono semplici. E come spesso accade è stato un evento molto negativo a cambiare ancora una volta la storia di Poli.
“Il 1985 ci fu una delle più copiose nevicate della storia del secolo scorso – ricorda Jacopo – e causò il crollo di due terzi del capannone. Ho ancora negli occhi quella tragedia. Tutta la distilleria color seppia per la polvere. Avevo 22 anni e capii che dovevamo ricominciare da capo”.
Ma proprio da quell’episodio così negativo per l’azienda che Jacopo capì l’importanza di ricostruire la distilleria con una nuova logica, improntata all’apertura, al turismo.
“È chiaro che non si trattava di una scelta semplice – spiega Jacopo – ed eravamo coscienti dei costi che avrebbe generato e dell’impegno che avremmo dovuto profondere anche in termini di risorse umane”.
Non c’erano, inoltre, esempi utili in Italia per creare una “distilleria aperta”, un “museo della grappa”. Ed è questo che portò Jacopo ad una scelta molto importante che l’aiutò fortemente nella progettazione di ciò che oggi è Poli 1898.
Quest’ultimo aspetto è sicuramente uno degli elementi fondanti e caratterizzanti dell’accoglienza in casa Poli. Allo stato attuale sono quattro le persone dedicate all’ospitalità nella distilleria e museo Poli che riescono a gestire un’affluenza “monstre” di 13.000 (a Bassano) e 2.000 persone (a Schiavon) al mese.
“Per noi oggi la gestione dell’ospitalità viene considerata allo stesso livello di quella della produzione – sottolinea Jacopo – ed è per questo che è costante anche il nostro investimento nella formazione delle risorse umane”.
Ma per Jacopo Poli vi è una “categoria” di turisti che ritiene fondamentale: quella dei bambini.
“Per noi l’arrivo delle scolaresche – evidenzia Jacopo – soprattutto quelle con gli studenti più giovani, rappresenta un momento molto importante per la nostra accoglienza. Ci sentiamo pervasi di gioia ma anche di responsabilità perché ci rendiamo conto che è fondamentale comunicare a queste giovani generazioni nella modalità più corretta. Sono quasi sempre le visite che ci regalano le maggiori soddisfazioni, alle quali cerco sempre di esserci”.
Le sfide davanti sono ancora tante per Jacopo Poli: “Quando ti apri non ti puoi più fermare lo sappiamo bene ma per fortuna abbiamo un ingrediente fondamentale che “contamina” positivamente tutte le nostre scelte, l’entusiasmo”.
Un entusiasmo che dovrebbe portare a breve anche l’avvio di un’osteria Poli 1898 per la cosiddetta “chiusura del cerchio”. A presto, quindi, per aggiornamenti sull’universo Poli.













































