Quali sono i mercati a cui guarda il Gruppo Lunelli oggi?
Se devo ragionare come brand Ferrari, un mercato di cui siamo molto fieri oggi è il Giappone. Un mercato storico, però tendenzialmente abbastanza stabile. Inoltre abbiamo delle dinamiche molto positive nei mercati classici per il vino italiano: Stati Uniti e Germania. È ripartita anche positivamente la comunicazione con la Russia, che è stata caratterizzata da momenti di estrema difficoltà e che lo scorso anno ha dato segnali di grande rinascita.
Nei Paesi Scandinavi il sistema del monopolio rende tutto molto più aleatorio rispetto a mercati liberi in cui si riescono ad identificare trend di lungo periodo. In particolare, però, la Svezia resta un mercato interessante per noi, dove abbiamo avuto un anno molto positivo per i nostri vini toscani e umbri del brand Tenute Lunelli, specialmente per il Montefalco Rosso apprezzato in questo Paese.
La Svizzera, infine, è un mercato storico e dinamico, che dà soddisfazioni per il fatto che copre una fascia alta di stile di consumo.
Cosa ne pensa del mercato cinese?
È importante mantenere gli occhi ben aperti sul mercato cinese, ma non ho la percezione di essere alla vigilia di un boom del vino italiano in Cina. Non è sicuramente un mercato su cui stiamo spingendo.
Che tipo di percentuale rappresenta per voi l’export sul totale del vostro fatturato?
Nella complessità del gruppo l’export pesa un 20%, percentuale su cui il brand Ferrari incide un 15%.
È sicuramente una percentuale destinata a crescere da anni, ma nel nostro caso abbiamo un contrappeso importante: continua a crescere il posizionamento e la richiesta in Italia. La crescita “di casa nostra” ci soddisfa soprattuto per la qualità del posizionamento. Siamo nella condizione di non riuscire a soddisfare quantitativamente la richiesta del mercato, per questo gestire le bottiglie che abbiamo nel modo più oculato è per noi importante.
Il Gruppo Lunelli è un gruppo che comprende al proprio interno diverse declinazioni del beverage italiano…
Il Gruppo Lunelli ha iniziato già negli anni Ottanta a fondare l’immagine del gruppo sull’eccellenza del Made in Italy attraverso l’acquisizione della Grappa Segnana e dell’acqua Surgiva. Poi la voglia di mettersi alla prova non solo con le bollicine ma anche con i vini fermi è scattata già in quegli anni con la prima annata del nostro Villa Margon, un Trentino Chardonnay DOC. Poi dal Trentino abbiamo voluto esplorare territori dalla grande vocazione per i vini rossi, come la Toscana e l’Umbria. Infine, è arrivato il Prosecco nel 2014, il termine di un lungo percorso di ricerca per andare a raccontare il mondo delle bollicine da una posizione privilegiata: non abbiamo acquistato una cantina di Prosecco qualunque. Vogliamo raccontare la diversità delle bollicine italiane con due marchi di riferimenti nei rispettivi settori, il Prosecco DOCG e il Trento DOC.
Come diversificate la vostra comunicazione in Italia e all’estero?
La nostra comunicazione all’estero è legata al tema dell’arte del vivere italiano. Il nostro competitor al di fuori dell’Italia è lo Champagne, per questo noi stressiamo molto la nostra identità italiana, per differenziarci.
Dunque, mentre in Italia parliamo di Trentino e di viticoltura di montagna, all’estero facciamo questo tipo di discorso più tecnico solo con sommelier e opinion leader, invece al consumatore finale parliamo di arte di vivere italiana. Uno stile di vita che va a braccetto con l’italianità intesa come moda, design, cucina… Un concetto di stile più ampio. Raccontiamo la nostra italianità, amata e imitata all’estero, con una bottiglia di vino.
















































