A settembre 2024, 27 produttori hanno fondato i “Custodi del Lambrusco” per sfidare l’immagine di un vino standardizzato e a basso costo. La loro missione è riposizionare il Lambrusco come un grande vino di qualità, valorizzando la filiera controllata, i vitigni autoctoni e la specificità dei terroir tra Modena e Reggio Emilia.

C’è un paradosso che affligge il mondo del vino italiano, ed è color rosso o rosa con una spuma vivace. Il suo nome è Lambrusco: uno dei vini più famosi ed esportati al mondo, e allo stesso tempo uno dei più sconosciuti. Un nome evocativo, la cui identità è stata così diluita, generalizzata e svenduta da diventare, come amaramente ammette Fabio Moretto, presidente della neonata associazione “Custodi del Lambrusco”, “qualcosa che appena esce dal suo territorio un prodotto standardizzato e irriconoscibile, lontano cugino del vino autentico che nasce tra Modena e Reggio Emilia”. Un prodotto da scaffale, spesso venduto a meno di una bottiglia d’acqua, la cui immagine stride violentemente con la complessità e il potenziale qualitativo che i suoi produttori più appassionati conoscono e difendono.

È proprio da questa frattura insanabile tra potenziale e percezione che, nel settembre 2024, è nata una piccola, gentile rivoluzione. Un gruppo di 27 produttori tra Modena e Reggio Emilia ha deciso di dire basta, unendosi sotto un nome: Custodi del Lambrusco.

Per capire la missione dei Custodi, bisogna prima comprendere le ragioni. Il problema del Lambrusco non è una semplice questione di marketing, ma una ferita sistemica. “Le scelte non sempre vengono fatte dalla compagine dei soci”, spiega Moretto, riferendosi a un Consorzio dove il potere decisionale è spesso sbilanciato verso i grandi numeri delle cooperative, le cui logiche non sempre coincidono con quelle dei piccoli produttori di qualità.

A questo si aggiunge un mercato che sembra remare contro la trasparenza. La recente decisione di apporre la fascetta ministeriale, tipica delle DOCG e DOC, anche sulle bottiglie IGP, ha generato, secondo i produttori, un’enorme confusione nel consumatore, che percepisce un vino garantito laddove le garanzie sono minime. “Se parliamo di IGP, non hai neanche la certezza che ci sia dentro del Lambrusco”, spiega Moretto.

Ma qual è, allora, il Lambrusco che i Custodi vogliono proteggere? Non un vino, ma un mosaico di vitigni e terroir che l’omologazione ha tentato di appiattire.

Il Lambrusco di Sorbara DOC, il Lambrusco Grasparossa DOC, il Lambrusco Salamino DOC. A questi si aggiungono almeno altre nove varietà autoctone: Maestri, Marani, Montericco, Foglia Frastagliata e altre ancora, ognuna espressione di un preciso punto della mappa tra Modena e Reggio Emilia. È questa ricchezza ampelografica la vera essenza che rischia di perdersi nel mare magnum del “Lambrusco” generico.

Siamo custodi di un cambiamento culturale“, recita uno dei punti più potenti del manifesto dell’associazione. Il nome stesso, “Custodi”, è nato da un’immagine evocativa: un grappolo di Lambrusco come chiave da proteggere. Tra i soci fondatori e aderenti figurano nomi che rappresentano l’eccellenza del territorio: da aziende storiche come Cleto Chiarli a pionieri del Metodo Classico come Cantina della Volta, da realtà consolidate come Fattoria Moretto e Venturini Baldini a una generazione di vignaioli appassionati.

La loro missione è chiara: riposizionare il Lambrusco come un grande vino, valorizzando la filiera controllata (“dalla terra alla cantina, tutto è sempre nelle nostre mani”), la trasparenza e l’autenticità. “La nostra forza non è quella di dare ragione a chi è più grande, ma di valorizzare chi ha un’idea migliore per il bene di tutti”, affermano nel manifesto, segnando una netta rottura con le logiche del passato.

Il progetto dei Custodi è una strategia concreta. Il primo passo che vorrebbero è la definizione e la valorizzazione delle sottozone, sul modello dei cru più blasonati. L’esempio è già realtà con Monte Barello, una nuova menzione geografica per il Lambrusco Grasparossa di Castelvetro che identifica esclusivamente la produzione collinare, con rese più basse e vendemmia manuale. “Dobbiamo definire in etichetta le aree”, insiste Moretto. “Un Monte Barello non sarà più un generico Grasparossa, ma l’espressione di un terroir specifico”.

L’obiettivo è creare una piramide qualitativa chiara per il consumatore e per il mercato, separando nettamente i vini di territorio da quelli industriali. Questo, unito a un lavoro sull’enoturismo per portare le persone a “vivere” il Lambrusco dove nasce, è la chiave per spezzare il circolo vizioso del prezzo basso e ricostruire una cultura del valore.

Il cammino è lungo e complesso. Richiede pazienza, coesione e un cambio di mentalità che deve coinvolgere l’intera filiera, dalla ristorazione alla comunicazione. Occorre puntare con forza sull’enoturismo, ancora il tallone d’Achille di molte cantine, creando eventi tematici capaci di raccontare, con gusto e leggerezza, i vitigni e il territorio. Ma il segnale lanciato dai Custodi del Lambrusco è forte e inequivocabile: la rivoluzione gentile per restituire dignità a uno dei più grandi e incompresi vini d’Italia è appena iniziata. Per chi opera nel mondo del vino, ignorarla sarebbe un errore imperdonabile. Freschezza, frizzantezza, bassa gradazione alcolica e anche versioni rosé: un vino davvero attuale.


Punti chiave

  1. Problema Lambrusco: Un vino famoso nel mondo ma svalutato e percepito come un prodotto generico e low-cost.
  2. La nascita dei Custodi: 27 produttori creano un’associazione per proteggere e valorizzare il vino autentico contro l’omologazione.
  3. Missione qualità: Riposizionare il Lambrusco come un grande vino, opponendosi alle logiche di volume delle grandi cooperative.
  4. Strategia concreta: Valorizzare i singoli vitigni e definire le sottozone (cru) per comunicare la ricchezza del terroir.
  5. Cambiamento culturale: Promuovere trasparenza, filiera controllata ed enoturismo per ricostruire una cultura del valore attorno al Lambrusco.